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giovedì 11 giugno 2015

Se tu fossi un imprenditore, sceglieresti così i tuoi dipendenti? (E ti spiego anche la CESM, in meno di 10 righe e in soli 740 km).

Questa è la breve cronaca di una giornata abbastanza ordinaria di un tecnico di radiologia disoccupato.
Una delle tante giornate in cui un tecnico di radiologia disoccupato, d'ora in avanti per brevità candidato, si proietta, freneticamente, in una città italiana, in genere mediamente o molto lontana dalla sua residenza, per sottoporsi alle liturgie previste per una selezione pubblica (avviso, concorso etc.), per poi altrettanto velocemente tornare a casa, stanco e quantomeno perplesso.

Il candidato, il quale nei giorni precedenti, nonostante l'avanzare ormai pervasivo della torrida estate, ha ripassato una notevole mole di argomenti, per non lasciare nulla d'intentato neppure stavolta, si è accordato - per rispamiare le insostenibili spese dovute a queste trasferte - con altri colleghi, per condividere il viaggio.
Poichè la prova è stata fissata prestissimo, come quasi sempre avviene - non certo per favorire i candidati forestieri - il candidato punta la sveglia alle 3.30, prima dell'alba, e tenta in ogni modo di prendere sonno a un orario che per afa e abitudini risulta essere assolutamente improbo.
Il candidato al trillo molesto si leva di scatto, nonostante tutto, e in meno di mezz'ora è già on the road, alle 4 del mattino, pronto a irrompere nell'oscurità della notte lanciando a 130 km/h il suo fido, argenteo destriero, che poi è in realtà un utilitaria vecchia di 15 anni e millemila chilometri, l'unica auto che il candidato perennemente in cerca di lavoro può permettersi, tuttora.

Bisogna raggiungere, entro pochi minuti, una cittadina lontana 70 km, dove far tappa per unirsi agli altri colleghi, salendo a bordo di una più affidabile e prestante autovettura, più idonea per coprire gli altri 300 km che separano il candidato dal traguardo di giornata.
Oggi il candidato coprirà dunque circa 740 km in auto, nell'arco di 10 ore, prova di concorso inclusa.

L'autostrada è sgombra, la colazione all'autogrill tristerrima, le toilette come sempre putrescenti già alle 7 del mattino, e caldissime (o alternativamente gelide), come sono sempre le toilette degli autogrill.

Con largo anticipo il candidato raggiunge la cittadina sede della selezione, ridente, si dice così, cittadina balneare, di cui il candidato avrà tempo di conoscere bene soltanto le buche che costellano l'asfalto di ogni strada, fra lo svincolo dell'A14 e il luogo della prova.

Il candidato si predispone insieme agli altri nelle due file previste per la registrazione dei partecipanti: oggi c'è una novità, viene richiesta la fotocopia del documento (oltre al documento stesso), chissà per quale oscuro motivo, visto che la fotocopia del documento è stata già allegata dal candidato nella domanda di ammissione, ovvero nel plico di circa 15 pagine inviato via Pec a suo tempo. Il candidato tuttavia, nonostante la levataccia, non ha dimenticato questa ulteriore incombenza burocratica e si allinea nella coda con gli altri, sotto il sole già cocente.

Superato questo step, il candidato si posiziona all'interno del palazzetto dello sport - i presenti sono circa la metà degli ammessi, saranno 156 alla fine, e ormai solo stadi e palazzetti possono ospitare in modo adeguato masse così numerose. I candidati, e anche il nostro candidato, vengono infatti esortati a lasciare liberi almeno 2 posti ai lati del proprio, da ciascuna parte, per assicurare la regolarità: a nessuno tuttavia viene in mente che sarà facile sbirciare la prova del candidato posizionato davanti, trattandosi di una gradinata che dunque offre molte opportunità - a chi volesse sfruttarle - in tal senso.

Finalmente avviene l'estrazione della prova: come ormai il candidato sa bene, infatti, la prova viene estratta fra almeno 3 buste, per assicurare un minimo di casualità nella formulazione delle domande.
Tuttavia la casualità in questo caso è molto limitata: la prova consisterà infatti in sole 2 domande aperte, da svolgere nell'arco di 30 minuti e di 10 righe di spazio per domanda; dunque complessivamente le domande predisposte sono soltanto 6, e formulate in modo molto secco, generico.
Si dà lettura dunque delle domande non estratte, le quali risultano piuttosto ardue e soprattutto troppo ampie, generiche, rispetto ai pochi minuti e al poco spazio concesso per rispondere.
Il candidato ad es. si interroga quasi sconvolto, chiedendosi come sia possibile illustrare le principali proiezioni radiologiche per l'esame della spalla in sole 10 piccole righe di spazio. Anche solo ad elencarle, il candidato conosce almeno 10 proiezioni diverse: una per riga, che senso ha compilare un elenco del genere, però?

Viene infine data lettura della prova sorteggiata. La prima domanda concerne il linfonodo sentinella: ovvero si tratta di descrivere in pochissime righe un esame piuttosto complesso, svolto nell'ambito della medicina nucleare, che permette al chirurgo, mediante l'utilizzo di una apposita sonda, di individuare in sede operatoria il primo linfonodo potenzialmente raggiunto da metastasi tumorali (e dal tracciante radioattivo iniettato in zona peritumorale), in modo da poterlo estrarre e sottoporre a analisi istologica senza intervenire anche su tutti i linfonodi successi (se non necessario).
Il candidato per fortuna ha studiato approfonditamente la medicina nucleare nel suo corso di laurea e ricorda ancora le numerose lezioni tenute dai suoi docenti anche con riguardo a questa metodica.

Al contrario, la seconda domanda provoca lo sgomento del candidato e anche - con suo sollievo - di quasi tutti gli altri candidati presenti.
Il presidente di commissione si limita infatti a pronunciare una sigla.
CESM.
Violando ogni regola (era stato richiesto perfino di togliere le batterie dai cellulari), i candidati iniziano freneticamente a consultarsi fra di loro, sfidando anche la vigilanza peraltro molto distratta e poco numerosa - il candidato infatti nota che nessuno di coloro che parlano viene richiamato, come se la prova non fosse di fatto già iniziata, come in effetti in realtà lo è.
Di fronte al mormorio generale, il presidente della commissione generosamente riformula la domanda in modo più esplicativo:
Contrast-Enhanced Spectral Mammography . 
Come il candidato apprenderà poco più tardi, parlando con svariati colleghi all'uscita, nonchè durante il viaggio di ritorno e poi a casa, confrontandosi con altri candidati sui vari social network, si tratta di una tecnica di studio della mammella molto innovativa, ancora raramente utilizzata (anche perchè richiede software e hardware particolari e protocolli e formazione specifica), introdotta da non più di 2-3 anni solo in pochissimi centri in Italia e nel mondo.
Il candidato (che ha conseguito la laurea col massimo dei voti e ritiene di avere una buona preparazione tecnica, in generale), come tanti altri, si domanda come sia possibile che una domanda così specifica, su un argomento sia pur tecnico, ma estremamente innovativo e particolare, sia presente all'interno di una selezione basata, per giunta, su sole due domande secche.
L'obiettivo della commissione è individuare un candidato onnisciente, o forse un candidato specificamente preparato su determinate tecniche innovative ben precise? 

Un altro candidato, preso dallo sgomento, interroga un commissario a prova già ampiamente iniziata: che tipo di risposta bisogna dare alle domande, chiede, cercando di cogliere qualche suggerimento che a quel punto per alcuni potrebbe essere tardivo.
Il commissario mormora qualche parola, dice che le domande riguardano soprattutto il ruolo del tecnico
Il candidato, che è uno un po' pignolo, e che ha già scritto la risposta alla prima domanda, non si trattiene e interviene: non si possono dare suggerimenti sulle risposte a prova già iniziata. Il candidato si domanda cosa fare, stracciare il foglio e riscrivere la risposta daccapo? Gli permetteranno di farlo? Alla fine decide di lasciar perdere, e affronta la seconda domanda.

Come rispondere, tuttavia, a una domanda di cui non conosceva fino ad oggi praticamente nulla? 

Il candidato spreme, con la forza di una razionalità allenata da anni e anni di prove di concorso, esami universitari e decenni di studio, goccia a goccia da quelle 4 parole in cui si articola la sigla CESM. 
Qualcosa, per fortuna genericamente in modo corretto, riesce a scrivere: si tratta di una tecnica diagnostica, applicata allo studio della mammella, che, utilizzando un normale apparecchio mammografico e le comuni proiezioni della mammografia, ma aggiungendo l'utilizzo del mezzo di contrasto iodato, permette di individuare più precisamente le modificazioni, a livello vascolare, eventualmente indotte dalla presenza di una lesione patologica all'interno del seno. Per fare ciò, si utilizza un doppio set di immagini, realizzate mediante l'utilizzo di due livelli di energia diversi (più precisamente, un set a basso kv e uno ad alto kv) e operando una sottrazione di energia fra le due immagini: ciò che rimane, sostanzialmente soppressa l'immagine di base del tessuto mammario, è la visualizzazione delle aree dove è avvenuto l'enhancement dello iodio.

Il candidato tutto questo non lo sa ancora, lo scoprirà solo più tardi, compulsando freneticamente internet alla ricerca dei pochi articoli, quasi tutti in inglese, che illustrano dettagliatamente questa tecnica innovativa. Tuttavia molte di queste cose riesce, in qualche modo, a immaginarle: lavorando di ragione e di fantasia, non avendo altro a disposizione.
Taluni candidati, forse, nella confusione generale, riescono ad attingere anche ad altre risorse, oltre alla ragione e alla fantasia. Il candidato, per evitare di assistere ulteriormente a queste scene, preferisce allontanarsi anzitempo: a soli 15 minuti dall'inizio della prova, consegna, ci vuole veramente poco alla fine a scrivere 20 righe in tutto. 

Dopo aver atteso i colleghi con i quali condividerà il viaggio di ritorno, finalmente il candidato si allontana dalla sede della prova. Stanchissimo - il ritorno è quasi sempre il momento in cui tutta la delusione, la frustrazione, la pesantezza della condizione del disoccupato viene a galla - fa ritorno a casa 10 ore dopo essere partito, ed esausto si getta sul letto, finalmente dorme. 

Bisognerà pure che qualcuno si chieda - questo pensa il candidato, e lo pensa tante volte, quasi come arrovellandosi la testa intorno a questo pensiero - se una qualunque azienda privata sceglierebbe i suoi lavoratori - in ambiti particolarmente specialistici -  in questi modi. Mettendo 156 persone dentro un palazzetto dello sport a rispondere a due domande aperte, una delle quali ultraspecialistica, in poche righe, in pochi minuti; e assegnando con ampia discrezionalità punti da 0 a 10 a ciascuna risposta, secondo criteri sui quali in sostanza nulla è dato sapere prima.  

Vincerà il migliore, o il migliore sarà colui che ha vinto, pensa alla fine il candidato. 
E torna a dormire. Buona notte, buona notte infinita. 







sabato 15 febbraio 2014

A proposito di umiltà, e di mammografia.

E dopo un lungo post come quello dell'altro giorno, sull'utilità della mammografia e di altri esami diagnostici per la prevenzione del tumore al seno - mi capita di leggere, oggi, questo articolo del New York Times, dal titolo "Perchè non ho mai fatto una mammografia".

In breve, l'idea è questa: "Patients want reassurances. We feel we have to test, so we can find out if we’re sick. We rarely consider that the test itself might make us sick — perhaps through repeated exposure to radiation", cioè la mammografia sarebbe solo un metodo per rassicurare falsamente le pazienti, esponendole invece al pericolo di ammalarsi a causa delle radiazioni.

L'autrice dell'articolo è una scrittrice di romanzi. Ecco perchè serve l'umiltà.


venerdì 14 febbraio 2014

Perchè l'umiltà è importante, e anche la mammografia. E per le donne con le protesi?

Non si tratta di una questione moralistica, ma strettamente utilitaristica: se vuoi aver cura della tua salute, l'umiltà è sempre un presupposto indispensabile.
Anche il semplice confronto quotidiano con le debolezze, le fragilità della carne - l'avanzare degli anni, l'inesorabile manifestarsi di sintomi e segni di dubbia interpretazione - comporta la scelta, spesso istintiva, fra due approcci possibili: la presunzione di essere indistruttibili e onnipotenti (tipicamente adolescenziale, ma presente anche in molte persone di età adulta o avanzata) oppure la preoccupazione, il timore, la percezione un po' angosciosa del confronto con la finitezza della propria esistenza fisica.
Secondo una certa ottica filosofica (a cui ho dedicato molti dei miei studi precedenti) in realtà proprio questo secondo stato d'animo, questa angoscia fondamentale mette l'essere umano in condizione di comprendere la propria esistenza come un tutto (finito e definito temporalmente), sperimentando - nel confronto con la prospettiva inesorabile della fine del tempo, della morte - la necessità di assegnare un senso, un fondamento alla propria esistenza, e contemporaneamente la coscienza dell'assenza di fondamento dell'esistenza umana in generale.
Si tratta ovviamente di una consapevolezza emotivamente sconvolgente, che non sempre e non tutti sono in grado di sostenere nella quotidianità. Essa però offre l'opportunità di assegnare un senso più autentico al concetto della cura di sè, dell'aver cura (anche) del proprio corpo e della propria salute, proprio avendo compreso il rapporto che c'è fra la precarietà dell'esistenza e il valore che ad essa è umanamente possibile assegnare.

Proprio in base a questa ottica filosofica trovo particolarmente disdicevole, e in un certo senso autodistruttivo, l'approccio di chi, mancando di umiltà, non si occupa della propria salute oppure ritiene di doverlo fare solo "alle proprie condizioni", ovvero sostituendo continuamente il proprio giudizio a quello di coloro che sarebbero, invece, più titolati e competenti, e anche più neutrali e quindi più oggettivi, nella valutazione, nella diagnosi, nella terapia.
Eviterò dunque in questo articolo anche io di offrire certezze assolute che non posso dare: da tecnico radiologo, posso presentare alcune questioni relative a metodiche e criteri diagnostici, ma devo in ogni caso sottolineare che solo nel concreto rapporto fra singolo paziente e medico (in questo caso, specialista) è possibile di volta in volta ricevere le risposte scientificamente e clinicamente più opportune e adeguate.

Succede invece, com'è noto, qualcosa di strano, quando si tratta di problemi medici anche seri come può essere quello del tumore alla mammella; succede cioè che le persone spesso reagiscono cercando risposte da soli, o da esperti più presunti che reali, ciarlatani, venditori di strani servigi pseudo-diagnostici o utilizzatori di metodiche non ancora clinicamente testate o non del tutto validate sperimentalmente.
Oppure, in alternativa, succede che circolino bufale; bufale come quelle - a cui talora ha dato credito perfino qualche personaggio di grande successo pubblico - che descrivono il seno delle donne minacciato al "marketing dello screening",  dando credito a una sorta di complotto fra medici, tecnici radiologici e industrie varie per alimentare una falsa credenza nell'utilità di questo strumento diagnostico.

Ho seguito in questi giorni un piccolo corso di aggiornamento on-line sulla risonanza magnetica della mammella, e stamane incuriosito da uno degli aspetti trattati in questo corso, mi sono dedicato a una piccola ricerca su internet; ricerca dalla quale ho appreso della recente diffusione, anche in alcuni centri senologici, di una apparecchiatura di cui ignoravo caratteristiche, pregi e difetti. Tale apparecchio, descritto entusiasticamente in molteplici articoli, consentirebbe di ottenere una diagnosi precoce del tumore alla mammella (notevolmente precoce rispetto alla mammografia di screening), anche nelle donne più giovani (come noto, è dubbia invece l'utilità della mammografia sotto i 50 anni, anche se alcune regioni progettano di estendere lo screening anche alle donne fra i 45 e i 50), con una sensibilità elevatissima, quasi paragonabile a quella della risonanza magnetica, e, soprattutto, senza utilizzare radiazioni ionizzanti (spauracchio di molte donne, preoccupate eccessivamente dalla dose di radiazioni della mammografia che invece è ridotta e paragonabile a quella di alcune comuni radiografie effettuate anche numerose volte nel corso della vita).
Mi sono chiesto: com'è possibile che un apparecchio così efficace non sia stato già adottato da tutti i centri senologici e radiologici, almeno privati, come gold standard per lo screening?
Ovviamente la risposta c'è: in un articolo di pochi giorni fa, una autorevole chirurga senologa evidenziava appunto criticamente i limiti di questa innovativa metodica diagnostica: "In conclusione, ad oggi non esistono lavori scientifici su grandi numeri che dimostrino l’affidabilità del DOBI, la sua utilità diagnostica ed il ruolo che potrebbe avere nell’iter diagnostico".

Come dicevo, dunque, dobbiamo tutti porci di fronte alle sempre più numerose opportunità offerte anche dalle varie tecniche diagnostiche, con un approccio basato sull'umiltà: ovvero, prima di dare completamente credito a un metodo o all'altro, in nome di presunti e intriganti vantaggi, affidarci al parere di chi è più esperto e raccogliere dati oggettivi, valutare trial e test, leggere articoli e ricerche....o appunto, semplicemente chiedere a uno specialista e fidarci della sua risposta.

In sintesi, attualmente la mammografia è la metodica standard per lo screening preventivo per la diagnosi precoce del tumore al seno; la sensibilità di questo esame si aggira intorno al 90% e la sua specificità è piuttosto elevata, a fronte di una dose radiante piuttosto ridotta. E' in fase di introduzione la tomosintesi mammaria, sempre basata sull'utilizzo di radiazioni (in dose leggermente più alta), che mediante dei software di ricostruzione delle immagini fornisce una visione tridimensionale della mammella, superando così alcuni limiti tecnici delle proiezioni normalmente utilizzate in mammografia (in cui è assente la "tridimensionalità" dell'immagine).
Esistono poi altri esami. L'ecografia ha l'ovvio vantaggio di non far uso di radiazioni, ma è dotata di una risoluzione molto inferiore alla mammografia, e quindi è meno sensibile; inoltre è operatore dipendente, ovvero beneficia (o meno) dell'esperienza e dell'abilità dell'operatore che la esegue. Essa è in ogni caso indicata per le donne giovani, in quanto supera i limiti che invece ostacolano la mammografia nell'esame di un seno in cui ancora prevale la parte ghiandolare.
Esiste inoltre la risonanza magnetica mammaria, come dicevo prima; essa condivide con l'ecografia il vantaggio dell'assenza di radiazioni, ma, viceversa, richiede, in genere, l'utilizzo di un mezzo di contrasto, peraltro con bassissimi rischi. La risonanza magnetica è in ogni caso l'esame con maggiore sensibilità e specificità; se effettuato correttamente rappresenta quindi l'esame migliore per la diagnosi del tumore al seno, tuttavia, naturalmente, non è possibile proporlo come esame di screening per le problematiche legate al mezzo di contrasto, ma soprattutto per gli elevatissimi costi di ciascun esame di risonanza magnetica, in particolare a causa delle apparecchiature utilizzate e della lunghezza dell'esame.

Ci sono tuttavia alcuni casi in cui è particolarmente indicata la risonanza magnetica (per esempio nelle donne che presentano un rischio molto elevato di tumore al seno, per familiarità o altre cause); essa potrebbe trovare indicazione anche in molte donne portatrici di protesi al seno, per motivi di tipo medico o per motivi, come sempre più spesso accade, di tipo estetico.
In questo tipo di donne (un numero enormemente crescente) in realtà la mammografia si può effettuare correttamente, con alcune accortezze di tipo tecnico, per esempio aumentando il numero di proiezioni (e quindi la dose) per sopperire alla radio-opacità della protesi, che potrebbe in taluni casi occultare la presenza di lesioni in determinate sedi della mammella; altra accortezza è quella di limitare la compressione, anche per non rischiare uno schiacciamento della protesi, ma anche questo accorgimento a sua volta può produrre artefatti nell'immagine e in ogni caso un aumento della dose radiante. Per questo è bene che la donna portatrice di protesi avverta il personale tecnico prima di eseguire l'esame e si rivolga a centri dove il personale è competente e abituato ad eseguire la mammografia su donne con protesi, cosa che non accade ovunque.
Tuttavia, solo la risonanza magnetica attualmente consente di superare completamente i limiti tecnici della mammografia nelle donne portatrici di protesi, permettendo di studiare anche le lesioni potenzialmente presenti nelle adiacenze della protesi o che potrebbero essere nascoste da questa. Inoltre, la risonanza magnetica offre l'ulteriore vantaggio di poter studiare, anche senza mezzo di contrasto, l'eventuale presenza di lesioni o rotture della protesi stessa (con una sensibilità superiore al 75% nell'individuare rotture protesiche).
Come dicevo, quindi, il numero crescente di donne portatrici di protesi al seno renderà questa metodica sempre più diffusa e utilizzata anche a fini di diagnosi precoce, almeno fino a quando non saranno realmente validate altre metodiche diagnostiche di accesso più semplice ed economico, a parità di vantaggi.

Tuttavia non vi fidate troppo di quello che leggete su internet - neppure qui! - e verificate con lo specialista di fiducia l'iter più adatto da eseguire per fare la vostra, personale, corretta prevenzione per il tumore al seno; tenendo conto che il fattore prevenzione, in questo caso, è veramente decisivo per elevare al massimo le possibilità di successo di una eventuale terapia.






lunedì 10 febbraio 2014

L'abbigliamento del paziente. Devo fare una radiografia, cosa mi metto?

Ha destato un certo scalpore nei giorni scorsi un annuncio, comparso in un ambulatorio ginecologico pugliese, in cui si esortava le pazienti a presentarsi alla visita indossando gonna e autoreggenti. L'annuncio ha suscitato, da un lato, la pruderie maschile, quel genere di morbosità un po' (assurdamente) invidiosa nei confronti del ginecologo che esercita un mestiere che si fantastica più intimo che clinico; dall'altro, lamentele altrettanto superficiali da parte di donne irritate non dal consiglio - ritenuto giusto - ma dall'averlo esposto in maniera pubblica e troppo imperativa.

Dunque mi veniva in mente che anche i pazienti che devono sottoporsi (ovviamente parliamo di esami su prenotazione, non di urgenze) a esami radiologici potrebbero beneficiare di alcuni consigli sull'abbigliamento da indossare per rendere più agevole l'esame; senza tuttavia che questi suggerimenti siano considerati imposizioni o intromissioni in una sfera personale come quella della scelta del vestiario.

Come regola generale, bisognerebbe comprendere questo: la cosa più opportuna, quando si tratta di utilizzare delle radiazioni, sarebbe eliminare qualunque possibile fonte di artefatti per ottenere una immagine diagnostica ottimale. L'abbigliamento, e qualunque altro oggetto "estraneo" rispetto al corpo del paziente, frapposto fra il punto di emissione dei fotoni x e il punto in cui questi vengono captati per formare l'immagine, può costituire una importante fonte di artefatti, ovvero di errori; si tratta di errori che possono condizionare la valutazione dell'immagine da parte del radiologo, rendendo l'immagine inutilizzabile, costringendo il tecnico a ripetere l'esame (con aumento di dose per il paziente) oppure, peggio ancora, portando a errori diagnostici, con tutte le conseguenze del caso. Dunque la cosa migliore, in generale, sarebbe, ed è, spogliare il paziente completamente, almeno nelle parti del corpo da esaminare.
Possibili fonti di artefatto si celano dappertutto: una volta, mentre facevo pratica in densitometria, fui rimproverato dal tecnico che mi supervisionava perchè non mi accorsi della presenza di un fiorellino metallico sugli slip di una paziente, che poteva influire pesantemente sul risultato dell'esame. Avrei dovuto essere più attento, controllare e in quel caso far togliere tutti gli abiti nella parte in esame.
Per quale motivo questo spesso non viene fatto?
I motivi sono principalmente due: il pudore del paziente - e il timore del tecnico radiologo di mettere a disagio il paziente; e questioni di velocità, di tempi, perchè, soprattutto pazienti anziani o poco collaboranti, possono aver bisogno di un tempo considerevole per spogliarsi e rivestirsi.
Per questo si giunge a soluzioni di compromesso, sulle quali un po' si basano anche questi consigli.

Le cose cambiano molto, in realtà, a seconda della metodica diagnostica e del segmento corporeo da esaminare.
Il caso estremo, e più particolare, è quello della risonanza magnetica: in risonanza magnetica è prescritta, in generale, praticamente la nudità assoluta, essendo permesso unicamente l'uso di un camice monouso (fornito in loco) e degli slip (purchè non contenenti parti metalliche). Il paziente, per ragioni di sicurezza, viene fatto completamente spogliare PRIMA di accedere alla sala del magnete, e devono essere eliminati anche monili, orologi, piercing, qualunque oggetto che possa essere in qualunque misura attratto dal campo magnetico comportando quindi rischi per l'incolumità fisica del paziente (ricordando che il campo magnetico è SEMPRE attivo).

All'estremo opposto, direi, si situano gli esami di medicina nucleare; in questo caso, anche a causa della bassa risoluzione spaziale che si può ottenere in questi esami, in particolare nel caso delle scintigrafie, i problemi relativi a piccolissimi oggetti metallici possono essere trascurati, e quindi non è necessario controllare minuziosamente l'abbigliamento del paziente o farlo spogliare più di tanto. Senza dubbio si fanno eliminare sempre - se presenti nell'area da esaminare - cinture, chiavi e portamonete presenti nelle tasche, e altri oggetti metallici ingombranti; un particolare a cui fare molta attenzione sono i fazzolettini.
Una particolarità infatti della medicina nucleare è questa: è il paziente stesso a ricevere un farmaco radioattivo, prima dell'inizio dell'esame; egli diventa così la sorgente stessa delle radiazioni che saranno utilizzate per formare l'immagine diagnostica. Il farmaco viene tuttavia rilasciato anche per le fisiologiche vie di escrezione; ad esempio con lacrime, muco o sudore, che, trasferiti su un fazzolettino tenuto nella tasca dal paziente, possono produrre significativi artefatti durante l'esame. Dunque buttate i fazzolettini prima di stendervi sotto la gammacamera (e fate attenzione quando il tecnico vi manderà, probabilmente, a svuotare la vescica prima di iniziare l'esame...anche la pipì è radioattiva, in quel caso, perciò un po' di accortezza in più sarà necessaria).

Nel mezzo ci sono le altre tipologie di esame.
Dicevamo della densitometria: essa, generalmente, si effettua su soggetti di sesso femminile, e le parti da esaminare sono relative alla zona lombare e pelvica, quindi, come dicevamo prima, sarà necessario, in sostanza, invitare la paziente a scoprire la zona interessata rimanendo esclusivamente con gli slip (sarà sufficiente abbassare gonna o pantaloni a metà coscia e sollevare parzialmente la maglia fino all'altezza del diaframma). Non indossate slip contenenti parti metalliche, però :-)

Per la mammografia, altro esame specificamente destinato alle donne, è importante sottolineare che si tratta di un esame caratterizzato da elevatissima risoluzione spaziale; per questo, oltre naturalmente a denudare completamente la parte in esame, si consiglia alle pazienti di non utilizzare alcun tipo di crema, profumo o lozione nelle aree da esaminare (fra cui rientra anche il cavo ascellare), perchè potrebbero essere esse stesse fonte di minimi artefatti, capaci di condizionare la valutazione dell'esame. Per velocizzare l'esame, si consiglia di non indossare abiti interi, altrimenti per liberare la parte superiore del corpo sarà necessario spogliarsi completamente.

Per quanto riguarda la TC, le esigenze variano in base alla parte del corpo da esaminare. Qualunque abbigliamento, in TC, può provocare artefatti importanti, e anche minime parti metalliche, un piccolo bottone o una monetina rimasta in una tasca, possono costringere alla ripetizione dell'esame. Per questo la parte interessata va in ogni caso liberata da indumenti. Ovviamente è presente in genere uno spogliatoio e il paziente ha il tempo per prepararsi anche perchè, spesso, è necessario l'utilizzo del mezzo di contrasto e quindi una ulteriore fase di preparazione, svolta dall'infermiere, in cui viene predisposto l'accesso venoso ( in questo senso si consiglia l'uso di indumenti che facilitino l'accesso alle braccia da parte dell'infermiere).
Dunque per la TC il consiglio, in generale, è più che altro quello di indossare abiti comodi da togliere e da indossare nuovamente: se non altro per eliminare una ulteriore fonte di stress in una situazione che è spesso già ansiogena e stressante per altri motivi, soprattutto per i pazienti in condizioni fisiche peggiori o più anziani.

Veniamo infine agli esami radiologici tradizionali, cominciando dal più comune: la classica radiografia del torace, esame fin troppo facilmente prescritto anche per la sua bassissima dose di radiazioni.
Ogni tanto si legge su internet qualche domanda del genere, soprattutto proveniente da (presunte) ragazze giovani colte da improvvisi attacchi di pudicizia: per fare la radiografia bisogna spogliarsi?
Ero anche io piuttosto in difficoltà, le prime volte in cui mi trovavo a dover chiedere a delle pazienti, in particolare giovani, di spogliarsi per una radiografia del torace; d'altra parte, professionalmente la cosa più opportuna da fare, come detto, sarebbe far denudare completamente la zona in esame.
In genere si opta per un compromesso, tuttavia, per rispettare il pudore della paziente; il consiglio quindi è di indossare una maglietta bianca semplicissima, senza componenti metalliche, pajette o scritte (anche le scritte potrebbero contenere inchiostri o elementi capaci di generare artefatti!) sotto gli abiti. Il reggiseno (e catenine, ciondoli etc.) andrà inevitabilmente tolto, ma quasi sicuramente il tecnico concederà alla paziente di tenere la maglietta durante l'esecuzione dell'esame.
Negli esami che riguardano il rachide vertebrale, l'addome o la zona del bacino, è inevitabile richiedere al paziente anche di liberare la parte inferiore del tronco dagli abiti; in questo caso quindi è consigliabile di indossare abiti che siano comodi da abbassare o togliere, a seconda dei casi, e in questo caso è probabile che anche l'eventuale maglietta bianca possa essere fatta sollevare o togliere del tutto, per permettere al paziente di valutare, ad es., il perfetto allineamento della colonna e la corretta collimazione del fascio. Se non è strettamente indispensabile, è meglio evitare di indossare fasce o altri indumenti contenitivi, che sarà necessario togliere durante l'esecuzione dell'esame perchè, ovviamente, contenenti gancetti metallici, zip o altre possibili fonti di artefatti.
Ci sono poi gli esami degli arti inferiori. Per un esame delle anche o del femore, è necessario spogliare la parte in esame, e poichè sono necessarie proiezioni differenti, è preferibile eliminare qualunque indumento che ostacoli il movimento dell'arto (dunque togliere i pantaloni e non semplicemente abbassarli); per quanto riguarda il ginocchio, invece, se il paziente indossa indumenti molto comodi (per le donne, la gonna) è possibile eseguire l'esame semplicemente sollevando l'indumento oltre il limite dell'articolazione, senza la necessità di far spogliare il paziente.
Non mi soffermerò sull'esame della caviglia e del piede....se non per ricordare che anche il tecnico è un essere umano dotato di olfatto, dunque vi ricordate tutti di indossare biancheria e calze pulite, vero? Se possibile...

Insomma: alla fine la regola generale dovrebbe essere, a beneficio di tutti, indossare abiti comodi, semplici da togliere e rimettere. Sembra una banalità, eppure per molti motivi questo non accade....ho visto pazienti rischiare di farsi male da soli, per l'ansia di togliersi in fretta tutto o di indossare velocemente un inopportuno numero di abiti. Soprattutto, bisognerebbe ricordarsi, come anche nel caso del ginecologo di cui sopra, che il tecnico radiologo è interessato non a come apparite, ma a come siete fatti dentro. Quando un tecnico radiologo inizia a guardarvi - mentre entrate nella sala diagnostica - sta già pensando a come posizionarvi, a come far risaltare al meglio...non il vostro aspetto esteriore, ma l'organo o il segmento corporeo da esaminare. Per questo, anche la richiesta di spogliarsi, entro i limiti suddetti (e posta con il necessario tatto), è dettata esclusivamente da ragioni professionali - ed è a tutto beneficio del paziente stesso, in quanto consente di ridurre al minimo il rischio di ripetizione dell'esame o di errore.

Piuttosto, quando vi sarete spogliati nel modo richiesto dal tecnico, è diritto del paziente esigere - se la metodica di esame ne consente l'uso - gli opportuni dispositivi di radioprotezione da indossare per proteggere le zone più radiosensibili del corpo....