E' capitato anche a me, l'estate scorsa. Una aspirante studentessa di tecniche di radiologia medica mi contatta, tramite Facebook, per pormi alcune domande su questo corso di laurea - così come del resto io stesso avevo fatto, a suo tempo, con altri (futuri) colleghi. Fra le domande che spesso si pongono i neofiti, i curiosi, o a volte anche i pazienti, riguardo questa professione, quella sui rischi connessi all'uso delle radiazioni è inevitabile: la considerazione del rischio radiologico, sia per i pazienti che per i professionisti che lavorano in questo settore, è del resto pane quotidiano, in particolare per il tecnico radiologo, il quale ha il dovere di contenere le radiazioni utilizzate nei limiti dello stretto necessario e di occuparsi della radioprotezione non solo del paziente, ma anche degli altri operatori coinvolti nelle pratiche diagnostiche e terapeutiche e, ovviamente, di se stesso.
Vista dall'esterno, la questione della radioprotezione del tecnico radiologo viene considerata in modo estremamente diversificato: c'è chi sopravvaluta il rischio (fino a giungere a una vera e propria fobia delle radiazioni), chi lo sottovaluta e chi addirittura immagina, più con la fantasia che con la razionalità, che il tecnico radiologo possieda mezzi e/o conoscenze in grado di eliminare completamente i rischi relativi alle radiazioni.
Ricordo ad esempio una conversazione avuta al primo anno di corso con una studentessa di altra professione sanitaria, la quale, mentre discorrevamo delle prime esperienze di tirocinio che stavamo avendo, in cui evidentemente c'era stata qualche minima possibilità di radioesposizione, mi disse: "ma tanto voi avete quel coso lì, che vi protegge...."...il "coso" a cui si riferiva non era il santo protettore dei tecnici radiologi, nè l'angelo custode, ma banalmente il dosimetro. A scanso di equivoci esso non intercetta i fotoni a mo' di scudo piombato....semplicemente, essendo indossato sul camice (o in altre parti del corpo), cattura una piccola percentuale dei fotoni che giungono in quel punto, permettendo di misurare attraverso dei calcoli successivi la dose di radiazioni a cui l'operatore è stato esposto durante un certo periodo di lavoro.
In alcuni casi, in base a ragionamenti di difficile comprensione, il fatto stesso di essere pagati per fare questo lavoro dovrebbe, secondo alcuni, fornire una sorta di "protezione" all'operatore esposto a radiazioni. E' il caso ad esempio di un certo tipo di paziente con cui mi è capitato di avere a che fare; un tipo di paziente ansioso e irritabile, il quale pretende dal tecnico che esso rimanga all'interno della sala diagnostica durante l'esecuzione della tac o dell'esame rx, per tranquillizzarlo o aiutarlo nello svolgimento dell'esame. "Lei è pagato per questo lavoro": così un paziente si rivolse una volta a un tecnico in mia presenza, quasi intimandogli di rimanere nella sala durante l'esecuzione di un esame....ovviamente il tecnico rispose che non se ne parlava proprio, perchè il fatto di essere pagati non ci protegge dalle radiazioni, e un tecnico che si espone a radiazioni ingiustificate senza proteggersi non solo è sciocco, ma commette anche un atto professionalmente e legalmente illecito....E quindi no, non siamo pagati per "prendere radiazioni"!
Esistono in realtà limiti ben precisi entro cui l'esposizione del tecnico di radiologia è considerata "accettabile", a seconda della categoria in cui è classificato il tecnico in base al tipo di lavoro che svolge. Senza entrare nel merito delle unità di misura radioprotezionistiche e delle varie classificazioni - argomento più strettamente tecnico a cui magari dedicherò qualche post in futuro - in sostanza solo una limitata parte dell'attività del tecnico di radiologia si svolge in condizioni di effettiva esposizione a radiazioni.
A parte situazioni particolari come quelle in cui il tecnico opera presso il letto del paziente o, saltuariamente, in sala operatoria, i due ambiti più importanti in cui si verificano significative esposizioni sono quelli della radiologia interventistica - angiografia, emodinamica - e della medicina nucleare. Nel caso della medicina nucleare, in particolare, il tecnico opera a contatto con sorgenti radioattive che, durante l'esame, si trovano direttamente all'interno del paziente; questo comporta misure radioprotezionistiche specifiche diverse da quelle adottate negli altri ambiti di lavoro in radiologia (in particolare diventa importante il fattore "tempo", la durata dell'esposizione). La medicina nucleare è un ambito operativo di grande interesse anche dal punto di vista del tecnico radiologo; tuttavia essa rappresenta anche l'esempio più eclatante di come il tecnico di radiologia debba sapersi muovere in ambiti lavorativi in cui, effettivamente, i fotoni (x e gamma) possono essere diffusi e presenti quasi dappertutto, costituendo essi stessi parte integrante dell'ambiente di lavoro quotidiano. "Ho passato il tempo a schivare fotoni", scherzavo qualche volta uscendo dal reparto di medicina nucleare....i pazienti radioattivi infatti circolano all'interno del reparto, lasciando a volte anche tracce di radioattività in giro (residui fisiologici di vario tipo), e anche gli isotopi e i radiofarmaci, per quanto protetti, vengono continuamente trasferiti da una stanza all'altra: in pratica, bisogna abituarsi a convivere con una esposizione, sia pur minima, praticamente continuativa e quasi inevitabile.
Tuttavia il vero problema è: qual è il rischio in cui incorre un tecnico di radiologia a causa dell'esposizione professionale alle radiazioni? Questo rischio, alla fine, dipende essenzialmente dalla quantità di radiazioni ricevute, quantità che può essere, in genere, grandemente limitata dal rispetto delle regole di radioprotezione e dall'utilizzo di dispositivi di protezione individuali (camici piombati e così via), tant'è che in molti ambiti di lavoro sostanzialmente questa quantità si avvicina a zero (senza considerare la normale radiazione di fondo a cui tutta la popolazione è esposta). Come detto, solo in alcuni ambiti l'esposizione è effettivamente significativa, fino a raggiungere quantità di alcune decine di millisievert all'anno (il sievert, di solito utilizzo nel sottomultiplo dei millisievert, è l'unità di misura della dose efficace, ovvero l'unità di misura che tiene conto degli effetti della radiazione sull'organismo, in questo caso effetti nocivi). Si tratta di dosi che non provocano effetti di tipo deterministico (ovvero, a questa dose di radiazioni non corrispondono danni certi e immediati), ma che rappresentano un rischio di tipo probabilistico, stocastico, in qualche misura significativo.
A puro titolo di esempio, secondo alcune tabelle (faccio riferimento ai dati di un rapporto definito BEIR V, risalente a una ventina di anni fa ma più o meno ancora validi), il rischio di morte (per cancro) indotto da 1 msv è parificabile al rischio di morte indotto dall'aver fumato un paio di pacchetti di sigarette, o al rischio di morire guidando l'auto per circa 2000 km. Si tratta quindi di un rischio decisamente modesto, che, tuttavia, va moltiplicato per il numero di millisievert a cui può essere esposto un tecnico di radiologia in tutto l'arco della sua vita professionale. A seconda degli ambiti di lavoro, come detto, questo dato può essere estremamente variabile: nei casi peggiori, si può arrivare anche a una esposizione complessiva di molte centinaia di millisievert, che rappresenta un incremento significativo del rischio probabilistico di contrarre un cancro radioindotto, nel corso della vita.
Significativo quanto? Secondo i dati di un rapporto (ICRP 103) del 2007, l'esposizione complessiva a 1 Sievert nel corso della vita comporta un aumento del rischio di contrarre un cancro pari al 4%.
Bisogna tener conto, però, che ormai il rischio di contrarre un tumore nel corso della vita, a causa dell'allungamento della prospettiva di vita e di altri fattori, si avvicina al 50%, in particolare per gli uomini, in Italia (
dati Airtum) Fra gli altri fattori che contribuiscono a questo rischio, c'è anche l'inevitabile esposizione alla radiazione di fondo, che per tutta la popolazione contribuisce nella misura di diversi (almeno 3) millisievert annui!
In breve, anche nei casi di maggior esposizione, il rischio professionale in cui incorre il tecnico radiologo a causa dell'esposizione alle radiazioni è molto limitato, in particolare se il tecnico è in grado di utilizzare tutti gli strumenti e le competenze idonee a limitare al minimo questa esposizione e controllarla adeguatamente. Pur avendo a che fare con le radiazioni, che evocano fantasmi e paure molto profonde in tutta la popolazione, anche nelle persone mediamente più colte, in realtà.....probabilmente i rischi per la salute a cui è esposto un tecnico di radiologia sono di gran lunga inferiori a quelli a cui è quotidianamente esposto un lavoratore edile o un conducente di autobus o camion.
Tuttavia questo non vuol essere un incoraggiamento a intrattenere il tecnico di radiologia con logorroiche chiacchiere sui recenti cambiamenti climatici o sul vostro lungo iter diagnostico e terapeutico, proprio mentre avete appena ricevuto una dose di qualche centinaio di megaBecquerel di radiofarmaco per una scintigrafia e il tecnico non vede l'ora di allontanarsi da voi e dai fotoni gamma che state vostro malgrado emettendo in tutte le direzioni.....