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giovedì 11 giugno 2015

Se tu fossi un imprenditore, sceglieresti così i tuoi dipendenti? (E ti spiego anche la CESM, in meno di 10 righe e in soli 740 km).

Questa è la breve cronaca di una giornata abbastanza ordinaria di un tecnico di radiologia disoccupato.
Una delle tante giornate in cui un tecnico di radiologia disoccupato, d'ora in avanti per brevità candidato, si proietta, freneticamente, in una città italiana, in genere mediamente o molto lontana dalla sua residenza, per sottoporsi alle liturgie previste per una selezione pubblica (avviso, concorso etc.), per poi altrettanto velocemente tornare a casa, stanco e quantomeno perplesso.

Il candidato, il quale nei giorni precedenti, nonostante l'avanzare ormai pervasivo della torrida estate, ha ripassato una notevole mole di argomenti, per non lasciare nulla d'intentato neppure stavolta, si è accordato - per rispamiare le insostenibili spese dovute a queste trasferte - con altri colleghi, per condividere il viaggio.
Poichè la prova è stata fissata prestissimo, come quasi sempre avviene - non certo per favorire i candidati forestieri - il candidato punta la sveglia alle 3.30, prima dell'alba, e tenta in ogni modo di prendere sonno a un orario che per afa e abitudini risulta essere assolutamente improbo.
Il candidato al trillo molesto si leva di scatto, nonostante tutto, e in meno di mezz'ora è già on the road, alle 4 del mattino, pronto a irrompere nell'oscurità della notte lanciando a 130 km/h il suo fido, argenteo destriero, che poi è in realtà un utilitaria vecchia di 15 anni e millemila chilometri, l'unica auto che il candidato perennemente in cerca di lavoro può permettersi, tuttora.

Bisogna raggiungere, entro pochi minuti, una cittadina lontana 70 km, dove far tappa per unirsi agli altri colleghi, salendo a bordo di una più affidabile e prestante autovettura, più idonea per coprire gli altri 300 km che separano il candidato dal traguardo di giornata.
Oggi il candidato coprirà dunque circa 740 km in auto, nell'arco di 10 ore, prova di concorso inclusa.

L'autostrada è sgombra, la colazione all'autogrill tristerrima, le toilette come sempre putrescenti già alle 7 del mattino, e caldissime (o alternativamente gelide), come sono sempre le toilette degli autogrill.

Con largo anticipo il candidato raggiunge la cittadina sede della selezione, ridente, si dice così, cittadina balneare, di cui il candidato avrà tempo di conoscere bene soltanto le buche che costellano l'asfalto di ogni strada, fra lo svincolo dell'A14 e il luogo della prova.

Il candidato si predispone insieme agli altri nelle due file previste per la registrazione dei partecipanti: oggi c'è una novità, viene richiesta la fotocopia del documento (oltre al documento stesso), chissà per quale oscuro motivo, visto che la fotocopia del documento è stata già allegata dal candidato nella domanda di ammissione, ovvero nel plico di circa 15 pagine inviato via Pec a suo tempo. Il candidato tuttavia, nonostante la levataccia, non ha dimenticato questa ulteriore incombenza burocratica e si allinea nella coda con gli altri, sotto il sole già cocente.

Superato questo step, il candidato si posiziona all'interno del palazzetto dello sport - i presenti sono circa la metà degli ammessi, saranno 156 alla fine, e ormai solo stadi e palazzetti possono ospitare in modo adeguato masse così numerose. I candidati, e anche il nostro candidato, vengono infatti esortati a lasciare liberi almeno 2 posti ai lati del proprio, da ciascuna parte, per assicurare la regolarità: a nessuno tuttavia viene in mente che sarà facile sbirciare la prova del candidato posizionato davanti, trattandosi di una gradinata che dunque offre molte opportunità - a chi volesse sfruttarle - in tal senso.

Finalmente avviene l'estrazione della prova: come ormai il candidato sa bene, infatti, la prova viene estratta fra almeno 3 buste, per assicurare un minimo di casualità nella formulazione delle domande.
Tuttavia la casualità in questo caso è molto limitata: la prova consisterà infatti in sole 2 domande aperte, da svolgere nell'arco di 30 minuti e di 10 righe di spazio per domanda; dunque complessivamente le domande predisposte sono soltanto 6, e formulate in modo molto secco, generico.
Si dà lettura dunque delle domande non estratte, le quali risultano piuttosto ardue e soprattutto troppo ampie, generiche, rispetto ai pochi minuti e al poco spazio concesso per rispondere.
Il candidato ad es. si interroga quasi sconvolto, chiedendosi come sia possibile illustrare le principali proiezioni radiologiche per l'esame della spalla in sole 10 piccole righe di spazio. Anche solo ad elencarle, il candidato conosce almeno 10 proiezioni diverse: una per riga, che senso ha compilare un elenco del genere, però?

Viene infine data lettura della prova sorteggiata. La prima domanda concerne il linfonodo sentinella: ovvero si tratta di descrivere in pochissime righe un esame piuttosto complesso, svolto nell'ambito della medicina nucleare, che permette al chirurgo, mediante l'utilizzo di una apposita sonda, di individuare in sede operatoria il primo linfonodo potenzialmente raggiunto da metastasi tumorali (e dal tracciante radioattivo iniettato in zona peritumorale), in modo da poterlo estrarre e sottoporre a analisi istologica senza intervenire anche su tutti i linfonodi successi (se non necessario).
Il candidato per fortuna ha studiato approfonditamente la medicina nucleare nel suo corso di laurea e ricorda ancora le numerose lezioni tenute dai suoi docenti anche con riguardo a questa metodica.

Al contrario, la seconda domanda provoca lo sgomento del candidato e anche - con suo sollievo - di quasi tutti gli altri candidati presenti.
Il presidente di commissione si limita infatti a pronunciare una sigla.
CESM.
Violando ogni regola (era stato richiesto perfino di togliere le batterie dai cellulari), i candidati iniziano freneticamente a consultarsi fra di loro, sfidando anche la vigilanza peraltro molto distratta e poco numerosa - il candidato infatti nota che nessuno di coloro che parlano viene richiamato, come se la prova non fosse di fatto già iniziata, come in effetti in realtà lo è.
Di fronte al mormorio generale, il presidente della commissione generosamente riformula la domanda in modo più esplicativo:
Contrast-Enhanced Spectral Mammography . 
Come il candidato apprenderà poco più tardi, parlando con svariati colleghi all'uscita, nonchè durante il viaggio di ritorno e poi a casa, confrontandosi con altri candidati sui vari social network, si tratta di una tecnica di studio della mammella molto innovativa, ancora raramente utilizzata (anche perchè richiede software e hardware particolari e protocolli e formazione specifica), introdotta da non più di 2-3 anni solo in pochissimi centri in Italia e nel mondo.
Il candidato (che ha conseguito la laurea col massimo dei voti e ritiene di avere una buona preparazione tecnica, in generale), come tanti altri, si domanda come sia possibile che una domanda così specifica, su un argomento sia pur tecnico, ma estremamente innovativo e particolare, sia presente all'interno di una selezione basata, per giunta, su sole due domande secche.
L'obiettivo della commissione è individuare un candidato onnisciente, o forse un candidato specificamente preparato su determinate tecniche innovative ben precise? 

Un altro candidato, preso dallo sgomento, interroga un commissario a prova già ampiamente iniziata: che tipo di risposta bisogna dare alle domande, chiede, cercando di cogliere qualche suggerimento che a quel punto per alcuni potrebbe essere tardivo.
Il commissario mormora qualche parola, dice che le domande riguardano soprattutto il ruolo del tecnico
Il candidato, che è uno un po' pignolo, e che ha già scritto la risposta alla prima domanda, non si trattiene e interviene: non si possono dare suggerimenti sulle risposte a prova già iniziata. Il candidato si domanda cosa fare, stracciare il foglio e riscrivere la risposta daccapo? Gli permetteranno di farlo? Alla fine decide di lasciar perdere, e affronta la seconda domanda.

Come rispondere, tuttavia, a una domanda di cui non conosceva fino ad oggi praticamente nulla? 

Il candidato spreme, con la forza di una razionalità allenata da anni e anni di prove di concorso, esami universitari e decenni di studio, goccia a goccia da quelle 4 parole in cui si articola la sigla CESM. 
Qualcosa, per fortuna genericamente in modo corretto, riesce a scrivere: si tratta di una tecnica diagnostica, applicata allo studio della mammella, che, utilizzando un normale apparecchio mammografico e le comuni proiezioni della mammografia, ma aggiungendo l'utilizzo del mezzo di contrasto iodato, permette di individuare più precisamente le modificazioni, a livello vascolare, eventualmente indotte dalla presenza di una lesione patologica all'interno del seno. Per fare ciò, si utilizza un doppio set di immagini, realizzate mediante l'utilizzo di due livelli di energia diversi (più precisamente, un set a basso kv e uno ad alto kv) e operando una sottrazione di energia fra le due immagini: ciò che rimane, sostanzialmente soppressa l'immagine di base del tessuto mammario, è la visualizzazione delle aree dove è avvenuto l'enhancement dello iodio.

Il candidato tutto questo non lo sa ancora, lo scoprirà solo più tardi, compulsando freneticamente internet alla ricerca dei pochi articoli, quasi tutti in inglese, che illustrano dettagliatamente questa tecnica innovativa. Tuttavia molte di queste cose riesce, in qualche modo, a immaginarle: lavorando di ragione e di fantasia, non avendo altro a disposizione.
Taluni candidati, forse, nella confusione generale, riescono ad attingere anche ad altre risorse, oltre alla ragione e alla fantasia. Il candidato, per evitare di assistere ulteriormente a queste scene, preferisce allontanarsi anzitempo: a soli 15 minuti dall'inizio della prova, consegna, ci vuole veramente poco alla fine a scrivere 20 righe in tutto. 

Dopo aver atteso i colleghi con i quali condividerà il viaggio di ritorno, finalmente il candidato si allontana dalla sede della prova. Stanchissimo - il ritorno è quasi sempre il momento in cui tutta la delusione, la frustrazione, la pesantezza della condizione del disoccupato viene a galla - fa ritorno a casa 10 ore dopo essere partito, ed esausto si getta sul letto, finalmente dorme. 

Bisognerà pure che qualcuno si chieda - questo pensa il candidato, e lo pensa tante volte, quasi come arrovellandosi la testa intorno a questo pensiero - se una qualunque azienda privata sceglierebbe i suoi lavoratori - in ambiti particolarmente specialistici -  in questi modi. Mettendo 156 persone dentro un palazzetto dello sport a rispondere a due domande aperte, una delle quali ultraspecialistica, in poche righe, in pochi minuti; e assegnando con ampia discrezionalità punti da 0 a 10 a ciascuna risposta, secondo criteri sui quali in sostanza nulla è dato sapere prima.  

Vincerà il migliore, o il migliore sarà colui che ha vinto, pensa alla fine il candidato. 
E torna a dormire. Buona notte, buona notte infinita. 







mercoledì 3 giugno 2015

La solitudine del malato e il dovere di comunicare (perchè anche il tecnico di radiologia è dotato di parola)

"Perchè mi guardi e non favelli?
(G.Giacosa,
tradizionalmente attribuita a Michelangelo)

Poichè il lavoro del tecnico di radiologia si compie - per lo più - mediante l'utilizzo di radiazioni ionizzanti, esso espone il professionista sanitario al contatto con il paziente, un contatto che è in genere mediato dall'utilizzo di macchine - ma che ineludibilmente genera una relazione, breve, prolungata o reiterata nel tempo, fra colui che utilizza le radiazioni e colui che lo riceve.

Le radiazioni, in un certo senso, sono parte di questa relazione, ovvero è attraverso di esse che, pur senza un diretto contatto fisico, il paziente e il TSRM raggiungono il momento centrale e culminante della loro relazione, che sia essa finalizzata alla produzione di immagini diagnostiche o piuttosto alla messa in atto di una terapia basata sull'utilizzo di un fascio di raggi x ad alta energia.

Più volte tuttavia mi sono reso conto, discutendo con colleghi in varie sedi, on-line e off-line, che - forse anche a causa della formazione ricevuta dal tecnico di radiologia, particolarmente incentrata sull'atto tecnico in senso stretto, e probabilmente anche a causa della scarsa autonomia concessa al tecnico di radiologia dall'attuale quadro normativo riguardante la professione - per molti tecnici di radiologia questo momento, sia pur culminante, consistente nell'utilizzare in modo tecnicamente adeguato i raggi x sul corpo del paziente, esaurisce quasi del tutto il compito del tecnico, saturando per così dire le aspettative relazionali dell'uno e dell'altro dei soggetti coinvolti.

Allo stesso tempo, sempre più spesso si assiste da parte dei pazienti, in particolare da quando internet ha messo a disposizione di tutti una gamma sempre più ampia di opportunità di approfondimento, di conoscenza, all'emergere di un desiderio di sapere, di una domanda di conoscenza che - considerando il contesto, in cui ne va della propria salute e quindi si manifesta tutta la vulnerabilità emotiva che ciascuno di noi sperimenta quando è costretto a percepire l'angoscia della propria finitezza - è sempre e comunque anche una domanda intrisa di bisogni affettivi, sociali, di rassicurazione e così via.

Può il tecnico di radiologia ignorare questa domanda, questi bisogni del paziente, magari ritenendosi esente da queste questioni in quanto di competenza di volta in volta dell'infermiere, dello psicologo, del medico, se non addirittura dell'eventuale parentela del paziente o del paziente stesso ( il quale dovrebbe evitare quindi di importunare il personale sanitario con i suoi bisogni eccessivi e con le sue domande non strettamente di routine)?

A mio avviso questa è una delle competenze che tutti i professionisti sanitari, e fra i primi proprio il tecnico di radiologia e radioterapia, che svolge mansioni che lo pongono spesso in prima linea nel contatto col paziente (in situazioni che spesso rappresentano momenti drammatici e centrali nella vita del paziente, basti pensare a esami diagnostici dai quali il paziente si attende la diagnosi definitiva di una patologia particolarmente grave, o cure radioterapiche altrettanto decisive, in cui il paziente si "gioca" tutte le sue aspettative di sopravvivenza), dovrebbero sviluppare, soprattutto in un tempo in cui le macchine sembrano quasi poter svolgere da sole la maggior parte dei compiti strettamente tecnici, esonerando il tecnico di radiologia da onerose e complesse routine legate agli aspetti più direttamente procedurali.

Due esempi pratici che ho avuto modo di considerare in questi giorni mi hanno spinto ad approfondire queste riflessioni e a interrogarmi, appunto, sui limiti della nostra formazione per quanto riguarda la relazione e la comunicazione col paziente.

In un primo caso mi sono imbattuto nell'esperienza, riportata su internet, di un collega, il quale lamentava lo stress causatogli da un episodio verificatosi durante un esame radiologico al quale aveva sottoposto una bambina di 6 anni. Si trattava di un "semplice" rx del torace; per rassicurare o divertire la bambina, il tecnico di radiologia aveva ritenuto opportuno mostrarle l'immagine radiologica, in particolare sottolineando la possibilità di vedere il cuore. La bambina aveva reagito male, rispondendo con tono quasi offeso "io non sono così brutta", probabilmente spaventata o disturbata dalla visione delle ossa e in generale di una anatomia, per quanto normale, alla quale era probabilmente portata ad associare connotati negativi o spaventosi. Il tecnico di radiologia riteneva il comportamento della bambina frutto di cattiva educazione e altri professionisti sanitari convenivano con questa interpretazione, in taluni casi addirittura suggerendo la necessità di punizioni corporali nei confronti della bambina, da parte dei suoi genitori - "se mia figlia facesse così le arriverebbe uno schiaffone", questo era il tono di alcuni commenti.

Senza dover approfondire troppo l'analisi di questo caso, appare subito evidente l'approccio poco competente del tecnico di radiologia il quale non ha saputo tener conto della specificità psicologica di un paziente di così tenera età, assumendo un atteggiamento comunicativo probabilmente idoneo al rapporto con pazienti più adulti - misconoscendo l'impressione che avrebbero potuto suscitare, in una persona del tutto nuova a queste esperienza, immagini dell'interno del corpo e in particolare dello scheletro - che l'inconscio immediatamente associa all'evidenza della mortalità, della morte (scheletro è ciò che resta di un corpo consumato dalla morte).

Presupposto indispensabile della comunicazione è tener conto non solo delle proprie condizioni e aspettative, ma anche delle condizioni in cui si svolge la comunicazione e, ancor più, delle caratteristiche e dei bisogni dell'altro soggetto coinvolto nella comunicazione: non tener conto di tutto questo, oltre a causare un disagio nel paziente, provoca anche uno stress nel TSRM il quale sperimenta il fallimento di un tentativo di comunicazione pure condotto in buona fede.

Un altro esempio pratico, peraltro piuttosto ricorrente, è consistito nella domanda, posta da un paziente su un forum specialistico, riguardo i danni causati dall'esposizione alle radiazioni durante l'esecuzione di particolari esami radiologici (in TC), i quali comportano sicuramente una esposizione abbastanza elevata. Il paziente, evidentemente profano in materia, chiedeva soprattutto spiegazioni riguardo la possibilità che macchinari più "moderni", ad es. dotati di un maggior numero di strati rispetto ad apparati più obsoleti, consentissero una riduzione dell'esposizione e quindi dei conseguenti eventuali danni alla sua salute.

Sbrigativamente, gli amministratori del forum hanno provveduto a bloccare la discussione, ritenendo opportuno probabilmente non fornire suggerimenti personalizzati a pazienti in merito a questioni che riguardano la loro salute - questioni che correttamente il paziente dovrebbe porre innanzitutto ai medici con i quali interagisce (curante, prescrivente etc.).

Ho ritenuto tuttavia fornire in privato alcune spiegazioni al paziente, perchè pur nel mio ruolo di tecnico di radiologia, ritengo un dovere anche deontologico (come del resto evidenziato dal nostro codice di deontologia, ai punti 3.4 e 3.5), instaurare una comunicazione col paziente finalizzata al miglioramento della sua conoscenza "tecnica", ma, anche, finalizzata a superare o alleviare quella condizione di solitudine che il paziente e vieppiù il malato finisce per sperimentare, nel momento in cui si trova ad affrontare il confronto diretto con le procedure della diagnosi, della terapia, e con tutte le sofferenze, le paure e le aspettative che sono legate a queste dinamiche.

Il paziente che chiede "una macchina a 256 strati è meglio di una a 8 strati, per quanto riguarda la dose di radiazioni?" non deve a mio avviso essere considerato soltanto un petulante disturbatore; più probabilmente si tratta di una persona che non ha ancora trovato, nell'ambito del personale sanitario con cui è venuto a contatto, l'interlocutore capace di comunicare in maniera adeguata alle sue capacità di comprensione e alla sua condizione psicologica, permettendogli di superare o almeno di attenuare la situazione di inevitabile ansietà a cui si trova esposto.
Non si tratta pertanto di fornire semplici e sommarie notizie tecniche (del tipo "la dose sarà di x mSv, equivalenti a un rischio aggiuntivo di cancro dello 0,0...".), ma di accettare un rapporto, per quanto limitato nel tempo e nella intensità, con l'emotività del paziente; anche considerando che la maggior parte della comunicazione, in qualunque caso, si svolge non fra le componenti più razionali dei soggetti coinvolti, ma in ambiti più legati alle emozioni dell'uno e dell'altro partner della relazione.

Proprio mentre riflettevo su tutto questo, leggo stasera questa dichiarazione di Emma Bonino, che di recente ha vissuto la condizione di paziente per una grave patologia oncologica, attualmente in remissione:

"Mi ha aiutato moltissimo anche avere fiducia nella mia equipe medica: non sono mai andata su internet a cercare informazioni sulla mia malattia ma il mio oncologo, il mio radioterapista e la mia nutrizionista mi hanno aiutato".

Mi piace pensare che in quella equipe medica, insieme a medici sicuramente altamente specializzati, fossero presenti anche tecnici di radiologia i quali hanno saputo instaurare col paziente una comunicazione adeguata, alleviando la solitudine e l'ansia causata dall'esperienza della malattia e dai dubbi e timori da essa causati - consentendo così al paziente di non sentire più l'esigenza di cercare risposte "su internet" ai suoi bisogni di rassicurazione, alla sua domanda, non solo di conoscenza ma soprattutto di....comprensione, solidarietà, umanità.
Non compassione insomma, ma empatia finalizzata anche a una maggiore possibilità di successo della diagnosi e della terapia.

martedì 14 gennaio 2014

Quando il tecnico di radiologia cura i pazienti.

C'è una specialità che a mio avviso è sottovalutata, in Italia, fra quelle a cui può dedicarsi un tecnico di radiologia; altrove, al contrario, è possibile addirittura specializzarsi in modo esclusivo per questa mansione, con una formazione dedicata e perfino salari e carriere lavorative differenziate.
Si tratta del ruolo del tecnico in radioterapia, che si differenzia notevolmente dalle altre attività svolte da un tecnico radiologo innanzitutto per un elemento evidente: in questo caso il tecnico svolge in prima persona e attivamente una procedura terapeutica, curativa sul paziente, utilizzando le radiazioni non (solo) per fare diagnosi, ma anche per ottenere una guarigione o un miglioramento delle condizioni del paziente.

Parlare di radioterapia significa occuparsi di pazienti oncologici, pazienti che sono costretti ad affrontare una patologia particolarmente grave, rispetto alla quale solo negli ultimi decenni la medicina sta fornendo risposte terapeutiche adeguate, che in molti casi possono essere anche completamente curative. La radioterapia, fra le terapie attualmente disponibili per la cura dei tumori, riveste un ruolo crescente, perchè lo sviluppo delle tecniche e degli strumenti a disposizione dell'oncologo radioterapista permette di offrire trattamenti sempre più mirati e differenziati a seconda del tipo, della sede e della gravità del tumore; un vantaggio significativo della radioterapia, inoltre, oltre alla versatilità, è la sua rapidità di esecuzione e la limitatissima, o del tutto assente, invasività del trattamento, che con le più recenti tecniche permette anche di minimizzare gli effetti collaterali della cura.

Nella mia limitata esperienza, ho constatato che il tecnico di radioterapia non sempre è consapevole del valore che riveste il suo ruolo e la sua competenza all'interno dell'iter terapeutico del paziente. Anche per questa constatazione ho ritenuto di occuparmi nella mia tesi di laurea proprio di radioterapia, analizzando alcuni aspetti dell'evoluzione tecnica di questa metodica,collegando questa evoluzione al necessario cambiamento del ruolo e delle competenze richieste al tecnico di radiologia in radioterapia.

Senza voler entrare in troppi dettagli tecnici, che mi riservo di analizzare in successivi post sull'argomento: cosa fa concretamente il tecnico di radiologia che lavora in una unità operativa di radioterapia?


Il tecnico di radiologia, in sintesi, è materialmente l'esecutore del trattamento. Pur essendo il trattamento pianificato dal medico radioterapista in collaborazione col fisico sanitario, il tecnico è in ultima analisi colui che concretamente dovrà garantire l'idonea, effettiva ed efficace applicazione della terapia così come essa è stata immaginata e sviluppata nella fase di "planning". 
Anche in questo caso, come in tutte le procedure affidate al tecnico di radiologia, la fase di esecuzione vera e propria, ovvero quella in cui il tecnico preme il fatidico "pulsante" dando il via all'erogazione delle radiazioni, rappresenta in realtà, sia qualitativamente che quantitativamente, un aspetto minimale del complessivo lavoro del tecnico.

Pur limitandoci al momento dell'applicazione del trattamento, infatti (in realtà il tecnico di radioterapia partecipa anche ad altre fasi dell'elaborazione del trattamento e della gestione degli strumenti tecnici a lui affidati ), il tecnico è infatti innanzitutto colui che direttamente accoglie il paziente all'interno del bunker dove si svolge il trattamento. Poichè le applicazioni di un trattamento di radioterapia possono essere numerose, svolgendosi normalmente quotidianamente o quasi, nell'arco di un periodo di più settimane, il tecnico costruire una vera e propria relazione di aiuto col paziente, un rapporto che può comportare anche aspetti psicologici diversificati a seconda delle condizioni e della capacità del tecnico di sviluppare un rapporto, per quanto limitato, di empatia con ogni singola persona. Il tecnico ha così anche l'opportunità di conoscere quotidianamente l'evoluzione di eventuali sintomi o effetti collaterali della terapia, e quindi può segnalare l'emergere di nuove problematiche tempestivamente al medico radioterapista o inviare il paziente a una visita urgente presso lo stesso, svolgendo così un ruolo per così dire di "sentinella" rispetto all'andamento della terapia. E' evidente che questo ruolo comporta anche una quotidiana esposizione del tecnico a bisogni e richieste pressanti anche di tipo psicologico, che possono produrre anche un forte stress o sindromi come quella del burn-out, tipiche di chi lavora in condizioni che lo espongono a relazioni di aiuto con soggetti affetti da patologie particolarmente gravi.

In passato il ruolo più importante del tecnico in radioterapia era quello più strettamente pratico, manuale: predisporre (cosa che in passato richiedeva anche con un vero e proprio lavoro "artigianale" personalizzato), i presidi per posizionare o immobilizzare il paziente, adeguare al singolo paziente l'acceleratore lineare e il lettino e approntare tutto ciò che è concretamente necessario per eseguire l'applicazione.
Con lo sviluppo degli acceleratori lineari più recenti e delle metodiche di verifica della posizione del paziente in tempo reale (o quasi), come nella IGRT (radioterapia guidata dalle immagini ) o nella radioterapia 4D (che è basata sul concetto di adattare l'erogazione della terapia ai movimenti fisiologici della lesione durante l'erogazione del fascio radiante, ad esempio mediante il controllo della respirazione tramite sistema di gating), a mio avviso il ruolo fondamentale del tecnico diviene quello di assicurare la migliore compliance possibile del paziente durante l'esecuzione della terapia. Rassicurando il paziente, ottenendo la sua collaborazione e meglio ancora favorendo un vero e proprio stato di rilassamento da parte del paziente, si riduce infatti al minimo il rischio che il paziente compia movimenti eccessivi, anche fisiologici (si pensi all'accelerazione del respiro nei soggetti ansiosi), durante il trattamento stesso, cosa che comporterebbe il rischio di non irradiare nella maniera più efficace la lesione o di dover sospendere il trattamento per evitare tossicità agli organi sani circostanti. Inoltre, anche la fase di posizionamento e di contenzione fisica del paziente, con l'utilizzo dei vari ausili destinati a questo scopo, risulta non solo agevolata e velocizzata, ma anche meglio eseguita - a tutto vantaggio della precisione del trattamento - laddove il paziente comprende ciò che sta avvenendo e sviluppa una relazione di fiducia con l'operatore tecnico che si occupa della terapia.

Anche se ho voluto evidenziare questi aspetti più "psicologici" del lavoro del tecnico di radioterapia, che ritengo ancora poco compresi e sottovalutati, non posso evitare di segnalare che fra tutte le specialità questa è probabilmente quella che in tempi recenti ha vissuto la maggior evoluzione per quel che riguarda gli aspetti informatici e tecnologici, e quindi quella che ha richiesto una maggiore evoluzione anche delle competenze più direttamente tecniche di tutti gli operatori coinvolti, e in primo luogo del TSRM.
Mi addentrerò in futuro in esempi più precisi di questa evoluzione; ne segnalo qui solo uno, relativo a uno dei sistemi che sono in grado di controllare in tempo reale gli spostamenti della lesione e quindi adattare l'erogazione del fascio per ottenere la massima precisione e quindi la massima efficacia della terapia con la minor tossicità possibile. Mi riferisco al sistema Calypso, che si basa su dei piccoli "beacons", dei transponders passivi che vengono posizionati dal medico direttamente nella lesione da trattare; tali transponders, eccitati da bobine ricetrasmittenti esterne mediante un segnale di radiofrequenza, permettono di localizzare continuamente la lesione e i suoi movimenti come un vero e proprio sistema di Gps per il corpo. L'utilizzo di un sistema di questo tipo comporta, dal punto di vista tecnico, notevoli complessità sia di predisposizione fisica e di controllo della qualità di tutti i componenti, sia relative alle impostazioni dei parametri nei necessari per conseguire il miglior risultato tecnico possibile a seconda del paziente e del trattamento da eseguire. Si tratta quindi di conoscere perfettamente il funzionamento di questi apparati tecnici, e anche dei software che ne mediano e permettono l'utilizzo effettivo; per quanto complessi, questi apparecchi non possono essere utilizzati senza delle competenze specifiche che ne garantiscano l'efficacia, e anzi, potrebbero andare a detrimento del trattamento se utilizzati nel modo scorretto (proprio perchè questi sistemi comportano una dipendenza sempre più elevata da un insieme sempre più diversificato e complesso di apparati tecnici e informatici).

Mi auguro in futuro di poter lavorare in una unità di radioterapia perchè dal punto di vista del tecnico è quella che offre, a mio avviso, le sfide e le opportunità più appassionanti: sia dal punto di vista umano, che dal punto di vista delle competenze, richiedendo un continuo percorso di crescita e di arricchimento professionale.