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lunedì 25 maggio 2015

Ogni tipo di tassa per l’ammissione a qualsiasi concorso pubblico è soppressa.

Così recitava testualmente l'articolo 1 ed unico della proposta di legge n. 1178 a firma on.Fontan e altri, presentata nella XIII legislatura (esattamente 19 anni fa, il 23 maggio 1996), con il quale i proponenti, rilevata la "non opportunita` di tale sorta di tassazione in quanto non rispondente a criteri di giustizia sociale, venendo la stessa ad incidere su una categoria socialmente debole, cioe` coloro i quali sono in cerca di una occupazione" , chiedevano sic et simpliciter l'eliminazione di questo iniquo sistema di (micro)tassazione.

Com'è evidente, in questi 19 anni la tassa sui concorsi pubblici non solo non è stata eliminata, ma continua a ripresentarsi, a discrezione dell'ente che bandisce questo o quel concorso pubblico, probabilmente assumendo col tempo un peso sempre più gravoso e consistente a carico di un numero sempre maggiore di soggetti (considerando il fatto che i - pochi - concorsi pubblici, in particolare in ambito sanitario, sono affollati da un numero progressivamente crescente di candidati).
Da un lato pertanto i candidati, e i disoccupati in generale, aumentano; dall'altro sempre più spesso enti come ad esempio le aziende sanitarie, dovendo avviare un concorso, prescrivono come requisito essenziale per la partecipazione il pagamento di una tassa concorsuale che in taluni casi supera i 10 o perfino i 20 euro.

Perfino la normativa che sancisce la possibilità, per i singoli enti e a loro discrezione, di prevedere questa tassa di partecipazione (si chiamano in realtà "diritti per la partecipazione ai concorsi") è piuttosto difficile da individuare in maniera precisa: si dovrebbe probabilmente fare riferimento all'art.23 della legge 340/00, che a sua volta richiama normative precedenti che risalgono indietro fino al 1983 (legge 131/83, la quale statuiva una tassa di concorso fino a un massimo di 7500 lire).
Di fatto i singoli enti territoriali hanno facoltà, di volta in volta, di determinare limiti diversi nell'ambito della discrezionalità concessa dalla legge.

Ciò detto in via generale, ritengo che l'abolizione di questo tributo di carattere feudale dovrebbe essere messa senza indugio all'ordine del giorno, sia da parte del governo che da parte delle categorie professionali - come la Federazione dei tecnici di radiologia - che hanno o dovrebbero avere l'interesse a promuovere e difendere i diritti e/o le legittime aspettative dei loro iscritti - molti dei quali partecipano ai concorsi pubblici in qualità di precari e/o disoccupati anche da molti anni.
Si tratta senza dubbio di piccole cifre, ma, per citare Totò, è la somma che fa il totale, da un lato, e in ogni caso si tratta di sottolineare e far valere un principio che trova il suo fondamento più alto nell'art.1 della costituzione italiana (L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro) e nell'art.3, laddove esso prevede come compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di natura economica che limitano l'eguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Con quale motivazione, se non con motivazioni inique e vessatorie, infatti lo Stato e/o le sue articolazioni impongono al cittadino disoccupato, senza tener alcun conto del suo reddito e del suo patrimonio, l'imposizione di un tributo che grava su di lui proprio in quanto attivamente impegnato nella ricerca di un lavoro?

Talune persone, di recente, hanno sostenuto pubblicamente di aver pagato fino a oltre 130 euro nell'arco di un paio d'anni, a causa di questo sistema di tassazione. Io stesso di recente, inviando la mia domanda di ammissione ad alcuni concorsi, ho speso parecchie decine di euro in pochi mesi.
Quel che rende questo sistema di tassazione ancora più iniquo, poi, è la richiesta di un pagamento del tutto slegato dall'effettiva erogazione di un servizio: ovvero, è possibile che il concorso non si svolga, e che il tributo non venga restituito a coloro che l'hanno già pagato. Oppure, come è più facile che succeda, una preselezione potrebbe escludere anche la quasi totalità dei partecipanti - i quali finiscono per concorrere così, col pagamento della tassa, a sostenere le spese di un concorso del quale beneficiano poi solo un numero ristretto di candidati (quelli ammessi a sostenere le prove successive alla preselezione).

Mi chiedo dunque: la nostra Federazione , e/o altri ordini professionali o organismi sindacali, intendono procedere per sollecitare in modo urgente e pressante l'abolizione di questa vergognosa e iniqua imposizione?
Per quanto ancora la Repubblica italiana dovrà continuare a reggersi su un sistema di piccole e grandi iniquità come questa, spesso e volentieri proprio a danno dei soggetti più deboli (donne, precari, disoccupati, giovani)?