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mercoledì 3 giugno 2015

La solitudine del malato e il dovere di comunicare (perchè anche il tecnico di radiologia è dotato di parola)

"Perchè mi guardi e non favelli?
(G.Giacosa,
tradizionalmente attribuita a Michelangelo)

Poichè il lavoro del tecnico di radiologia si compie - per lo più - mediante l'utilizzo di radiazioni ionizzanti, esso espone il professionista sanitario al contatto con il paziente, un contatto che è in genere mediato dall'utilizzo di macchine - ma che ineludibilmente genera una relazione, breve, prolungata o reiterata nel tempo, fra colui che utilizza le radiazioni e colui che lo riceve.

Le radiazioni, in un certo senso, sono parte di questa relazione, ovvero è attraverso di esse che, pur senza un diretto contatto fisico, il paziente e il TSRM raggiungono il momento centrale e culminante della loro relazione, che sia essa finalizzata alla produzione di immagini diagnostiche o piuttosto alla messa in atto di una terapia basata sull'utilizzo di un fascio di raggi x ad alta energia.

Più volte tuttavia mi sono reso conto, discutendo con colleghi in varie sedi, on-line e off-line, che - forse anche a causa della formazione ricevuta dal tecnico di radiologia, particolarmente incentrata sull'atto tecnico in senso stretto, e probabilmente anche a causa della scarsa autonomia concessa al tecnico di radiologia dall'attuale quadro normativo riguardante la professione - per molti tecnici di radiologia questo momento, sia pur culminante, consistente nell'utilizzare in modo tecnicamente adeguato i raggi x sul corpo del paziente, esaurisce quasi del tutto il compito del tecnico, saturando per così dire le aspettative relazionali dell'uno e dell'altro dei soggetti coinvolti.

Allo stesso tempo, sempre più spesso si assiste da parte dei pazienti, in particolare da quando internet ha messo a disposizione di tutti una gamma sempre più ampia di opportunità di approfondimento, di conoscenza, all'emergere di un desiderio di sapere, di una domanda di conoscenza che - considerando il contesto, in cui ne va della propria salute e quindi si manifesta tutta la vulnerabilità emotiva che ciascuno di noi sperimenta quando è costretto a percepire l'angoscia della propria finitezza - è sempre e comunque anche una domanda intrisa di bisogni affettivi, sociali, di rassicurazione e così via.

Può il tecnico di radiologia ignorare questa domanda, questi bisogni del paziente, magari ritenendosi esente da queste questioni in quanto di competenza di volta in volta dell'infermiere, dello psicologo, del medico, se non addirittura dell'eventuale parentela del paziente o del paziente stesso ( il quale dovrebbe evitare quindi di importunare il personale sanitario con i suoi bisogni eccessivi e con le sue domande non strettamente di routine)?

A mio avviso questa è una delle competenze che tutti i professionisti sanitari, e fra i primi proprio il tecnico di radiologia e radioterapia, che svolge mansioni che lo pongono spesso in prima linea nel contatto col paziente (in situazioni che spesso rappresentano momenti drammatici e centrali nella vita del paziente, basti pensare a esami diagnostici dai quali il paziente si attende la diagnosi definitiva di una patologia particolarmente grave, o cure radioterapiche altrettanto decisive, in cui il paziente si "gioca" tutte le sue aspettative di sopravvivenza), dovrebbero sviluppare, soprattutto in un tempo in cui le macchine sembrano quasi poter svolgere da sole la maggior parte dei compiti strettamente tecnici, esonerando il tecnico di radiologia da onerose e complesse routine legate agli aspetti più direttamente procedurali.

Due esempi pratici che ho avuto modo di considerare in questi giorni mi hanno spinto ad approfondire queste riflessioni e a interrogarmi, appunto, sui limiti della nostra formazione per quanto riguarda la relazione e la comunicazione col paziente.

In un primo caso mi sono imbattuto nell'esperienza, riportata su internet, di un collega, il quale lamentava lo stress causatogli da un episodio verificatosi durante un esame radiologico al quale aveva sottoposto una bambina di 6 anni. Si trattava di un "semplice" rx del torace; per rassicurare o divertire la bambina, il tecnico di radiologia aveva ritenuto opportuno mostrarle l'immagine radiologica, in particolare sottolineando la possibilità di vedere il cuore. La bambina aveva reagito male, rispondendo con tono quasi offeso "io non sono così brutta", probabilmente spaventata o disturbata dalla visione delle ossa e in generale di una anatomia, per quanto normale, alla quale era probabilmente portata ad associare connotati negativi o spaventosi. Il tecnico di radiologia riteneva il comportamento della bambina frutto di cattiva educazione e altri professionisti sanitari convenivano con questa interpretazione, in taluni casi addirittura suggerendo la necessità di punizioni corporali nei confronti della bambina, da parte dei suoi genitori - "se mia figlia facesse così le arriverebbe uno schiaffone", questo era il tono di alcuni commenti.

Senza dover approfondire troppo l'analisi di questo caso, appare subito evidente l'approccio poco competente del tecnico di radiologia il quale non ha saputo tener conto della specificità psicologica di un paziente di così tenera età, assumendo un atteggiamento comunicativo probabilmente idoneo al rapporto con pazienti più adulti - misconoscendo l'impressione che avrebbero potuto suscitare, in una persona del tutto nuova a queste esperienza, immagini dell'interno del corpo e in particolare dello scheletro - che l'inconscio immediatamente associa all'evidenza della mortalità, della morte (scheletro è ciò che resta di un corpo consumato dalla morte).

Presupposto indispensabile della comunicazione è tener conto non solo delle proprie condizioni e aspettative, ma anche delle condizioni in cui si svolge la comunicazione e, ancor più, delle caratteristiche e dei bisogni dell'altro soggetto coinvolto nella comunicazione: non tener conto di tutto questo, oltre a causare un disagio nel paziente, provoca anche uno stress nel TSRM il quale sperimenta il fallimento di un tentativo di comunicazione pure condotto in buona fede.

Un altro esempio pratico, peraltro piuttosto ricorrente, è consistito nella domanda, posta da un paziente su un forum specialistico, riguardo i danni causati dall'esposizione alle radiazioni durante l'esecuzione di particolari esami radiologici (in TC), i quali comportano sicuramente una esposizione abbastanza elevata. Il paziente, evidentemente profano in materia, chiedeva soprattutto spiegazioni riguardo la possibilità che macchinari più "moderni", ad es. dotati di un maggior numero di strati rispetto ad apparati più obsoleti, consentissero una riduzione dell'esposizione e quindi dei conseguenti eventuali danni alla sua salute.

Sbrigativamente, gli amministratori del forum hanno provveduto a bloccare la discussione, ritenendo opportuno probabilmente non fornire suggerimenti personalizzati a pazienti in merito a questioni che riguardano la loro salute - questioni che correttamente il paziente dovrebbe porre innanzitutto ai medici con i quali interagisce (curante, prescrivente etc.).

Ho ritenuto tuttavia fornire in privato alcune spiegazioni al paziente, perchè pur nel mio ruolo di tecnico di radiologia, ritengo un dovere anche deontologico (come del resto evidenziato dal nostro codice di deontologia, ai punti 3.4 e 3.5), instaurare una comunicazione col paziente finalizzata al miglioramento della sua conoscenza "tecnica", ma, anche, finalizzata a superare o alleviare quella condizione di solitudine che il paziente e vieppiù il malato finisce per sperimentare, nel momento in cui si trova ad affrontare il confronto diretto con le procedure della diagnosi, della terapia, e con tutte le sofferenze, le paure e le aspettative che sono legate a queste dinamiche.

Il paziente che chiede "una macchina a 256 strati è meglio di una a 8 strati, per quanto riguarda la dose di radiazioni?" non deve a mio avviso essere considerato soltanto un petulante disturbatore; più probabilmente si tratta di una persona che non ha ancora trovato, nell'ambito del personale sanitario con cui è venuto a contatto, l'interlocutore capace di comunicare in maniera adeguata alle sue capacità di comprensione e alla sua condizione psicologica, permettendogli di superare o almeno di attenuare la situazione di inevitabile ansietà a cui si trova esposto.
Non si tratta pertanto di fornire semplici e sommarie notizie tecniche (del tipo "la dose sarà di x mSv, equivalenti a un rischio aggiuntivo di cancro dello 0,0...".), ma di accettare un rapporto, per quanto limitato nel tempo e nella intensità, con l'emotività del paziente; anche considerando che la maggior parte della comunicazione, in qualunque caso, si svolge non fra le componenti più razionali dei soggetti coinvolti, ma in ambiti più legati alle emozioni dell'uno e dell'altro partner della relazione.

Proprio mentre riflettevo su tutto questo, leggo stasera questa dichiarazione di Emma Bonino, che di recente ha vissuto la condizione di paziente per una grave patologia oncologica, attualmente in remissione:

"Mi ha aiutato moltissimo anche avere fiducia nella mia equipe medica: non sono mai andata su internet a cercare informazioni sulla mia malattia ma il mio oncologo, il mio radioterapista e la mia nutrizionista mi hanno aiutato".

Mi piace pensare che in quella equipe medica, insieme a medici sicuramente altamente specializzati, fossero presenti anche tecnici di radiologia i quali hanno saputo instaurare col paziente una comunicazione adeguata, alleviando la solitudine e l'ansia causata dall'esperienza della malattia e dai dubbi e timori da essa causati - consentendo così al paziente di non sentire più l'esigenza di cercare risposte "su internet" ai suoi bisogni di rassicurazione, alla sua domanda, non solo di conoscenza ma soprattutto di....comprensione, solidarietà, umanità.
Non compassione insomma, ma empatia finalizzata anche a una maggiore possibilità di successo della diagnosi e della terapia.

domenica 6 aprile 2014

Quando il paziente rifiuta un esame (o una cura).

Accade continuamente, in ambito sanitario, che i pazienti, per svariati motivi - timori infondati, motivazioni psicologiche o ideologiche di vario tipo, semplice ignoranza - rifiutino dei trattamenti o delle prestazioni, anche diagnostiche, prescritte o ritenute opportune dal medico curante o dallo specialista per la patologia di cui sono portatori (o per il quesito clinico da indagare).

La questione è prevalentemente legale, rientrando nell'ambito individuato da un lato dall'art.32 della Costituzione, che prescrive in modo chiaro che nessuno può essere obbligato contro la sua volontà a un trattamento sanitario, e dall'altro dalle normative specifiche che prevedono, in alcuni casi, la possibilità di un trattamento sanitario obbligatorio (su specifica motivazione medica e con l'autorizzazione del sindaco).
Entro questi confini, il rapporto fra l'operatore sanitario e il paziente è principalmente regolato, almeno quando il paziente è in grado di "intendere" e di "volere", ovvero di ricevere e comprendere adeguatamente le informazioni e di assumere delle decisioni consapevoli e libere, dalla normativa che riguarda il c.d. consenso informato. Il consenso informato è in generale il presupposto fondamentale che garantisce la liceità e la correttezza, su un piano formale e legale, di qualunque trattamento sanitario e dunque anche degli esami diagnostici.
Al di là del piano strettamente legale, esso costituisce anche un importante tassello nella relazione che si instaura fra il paziente e l'operatore sanitario (in questo caso il tecnico e il medico radiologo): è in altre parole dovere, ma anche diritto di tutti i soggetti partecipanti a questa relazione (paziente, tecnico e medico) sviluppare una corretta e completa comunicazione relativa alle informazioni sulla prestazione diagnostica richiesta, e ottenere quindi la formazione e l'espressione di una volontà - di una determinazione - libera e pienamente consapevole.

Mi sorprendo quindi non poco, quando su alcuni forum leggo opinioni quantomeno controverse di alcuni colleghi, a riguardo; ad esempio, taluni sembrano ritenere che in alcune circostanze il medico abbia il diritto di imporre un trattamento o un esame diagnostico al paziente recalcitrante, a salvaguardia della sua salute pur senza il suo consenso; altri si chiedono, ad esempio, se un paziente, inviato da un pronto soccorso a causa di un infortunio a un arto, possa legittimamente rifiutare la prestazione diagnostica ritenendola non più necessaria - per evitare radiazioni a suo giudizio inutili, non sussistendo più il dolore alla base della presunta urgenza.
Come comportarsi, del resto, quando, per esempio, un paziente, una volta informato degli effetti stocastici delle radiazioni ionizzanti utilizzate in un determinato esame, e reso edotto dell'impossibilità di utilizzare i dispositivi di protezione per motivi tecnici (come nel caso del collare piombato per la tiroide, non utilizzabile in una radiografia del torace), nega il suo consenso all'esame?

La soluzione in questi casi non può consistere nè nell'evitare di informare il paziente sui rischi per la salute associati a quella prestazione diagnostica (ovvero sugli effetti connessi alle radiazioni), nè nel forzare il paziente mediante forme di pressione psicologica più o meno subliminale (fretta, superficialità, oppure attraverso l'intervento di altro personale clinico, di parenti etc.).
Quanto sarebbe necessaria, piuttosto, per tutto il personale, e anche per i tecnici di radiologia, una migliore e più completa formazione riguardante gli aspetti psicologici della relazione d'aiuto in campo sanitario! E non solo: approfondire e perfezionare gli aspetti elementari, basilari della comunicazione, a partire dalla cura del linguaggio verbale e non verbale, sarebbe certamente utilissimo in contesti del genere, sia per i pazienti che per gli operatori stessi, anche al fine di evitare di porsi in situazioni che presentano anche conseguenze significative da un punto di vista assicurativo e legale (si pensi alle conseguenze di un esame diagnostico salva-vita non effettuato per una difettosa comunicazione fra paziente e operatori nel momento dell'acquisizione del consenso; o viceversa di un esame "imposto", con relativa dose di radiazioni, forzando la volontà del paziente).

Il tecnico di radiologia, ovviamente con l'avallo e la partecipazione del medico radiologo, e tuttavia sempre e comunque in prima persona, ha la responsabilità di offrire al paziente una chiara ed esauriente spiegazione relativa agli aspetti tecnici dell'esame a cui egli sta per essere sottoposto; una spiegazione che deve comprendere anche informazioni sui potenziali rischi connessi alla specifica dose di radiazioni che si prevede di dover utilizzare (in genere, queste informazioni sono in ogni caso presenti sui moduli precompilati, ma il tecnico e il medico devono assicurarsi che il paziente le abbia lette e correttamente comprese).
Laddove il paziente manifesti perplessità, dubbi, o un vero e proprio "dissenso informato", una volta forniti tutti i necessari chiarimenti, anche sulle possibili alternative diagnostiche e sull'importanza di quello specifico esame, di fronte a un dissenso che persiste bisogna semplicemente acquisire formalmente la volontà del paziente e rispettarla come tale.

Psicologicamente può essere difficile, per chi opera in campo sanitario, accettare la possibilità che un paziente desideri NON essere curato o fare a meno di prestazione diagnostica; tuttavia si tratta in ogni caso della libertà del paziente ed essa è un bene fondamentale da salvaguardare almeno al pari della sua stessa salute (con l'eccezione, naturalmente, dei casi previsti dalla normativa riguardante il trattamento sanitario obbligatorio, che in linea di massima riguardano situazioni di grave emergenza psichiatrica, oppure relative ai pericoli per la salute pubblica connessi alla diffusione di pericolose patologie infettive).

Bisognerebbe d'altra parte approfondire molto, in particolare in Italia, questo che rappresenta un vero e proprio tabù ideologico: ovvero, insieme al diritto di essere curati (sempre e comunque), il diritto di non essere curati e di esprimere validamente una volontà in questo senso.

lunedì 10 febbraio 2014

L'abbigliamento del paziente. Devo fare una radiografia, cosa mi metto?

Ha destato un certo scalpore nei giorni scorsi un annuncio, comparso in un ambulatorio ginecologico pugliese, in cui si esortava le pazienti a presentarsi alla visita indossando gonna e autoreggenti. L'annuncio ha suscitato, da un lato, la pruderie maschile, quel genere di morbosità un po' (assurdamente) invidiosa nei confronti del ginecologo che esercita un mestiere che si fantastica più intimo che clinico; dall'altro, lamentele altrettanto superficiali da parte di donne irritate non dal consiglio - ritenuto giusto - ma dall'averlo esposto in maniera pubblica e troppo imperativa.

Dunque mi veniva in mente che anche i pazienti che devono sottoporsi (ovviamente parliamo di esami su prenotazione, non di urgenze) a esami radiologici potrebbero beneficiare di alcuni consigli sull'abbigliamento da indossare per rendere più agevole l'esame; senza tuttavia che questi suggerimenti siano considerati imposizioni o intromissioni in una sfera personale come quella della scelta del vestiario.

Come regola generale, bisognerebbe comprendere questo: la cosa più opportuna, quando si tratta di utilizzare delle radiazioni, sarebbe eliminare qualunque possibile fonte di artefatti per ottenere una immagine diagnostica ottimale. L'abbigliamento, e qualunque altro oggetto "estraneo" rispetto al corpo del paziente, frapposto fra il punto di emissione dei fotoni x e il punto in cui questi vengono captati per formare l'immagine, può costituire una importante fonte di artefatti, ovvero di errori; si tratta di errori che possono condizionare la valutazione dell'immagine da parte del radiologo, rendendo l'immagine inutilizzabile, costringendo il tecnico a ripetere l'esame (con aumento di dose per il paziente) oppure, peggio ancora, portando a errori diagnostici, con tutte le conseguenze del caso. Dunque la cosa migliore, in generale, sarebbe, ed è, spogliare il paziente completamente, almeno nelle parti del corpo da esaminare.
Possibili fonti di artefatto si celano dappertutto: una volta, mentre facevo pratica in densitometria, fui rimproverato dal tecnico che mi supervisionava perchè non mi accorsi della presenza di un fiorellino metallico sugli slip di una paziente, che poteva influire pesantemente sul risultato dell'esame. Avrei dovuto essere più attento, controllare e in quel caso far togliere tutti gli abiti nella parte in esame.
Per quale motivo questo spesso non viene fatto?
I motivi sono principalmente due: il pudore del paziente - e il timore del tecnico radiologo di mettere a disagio il paziente; e questioni di velocità, di tempi, perchè, soprattutto pazienti anziani o poco collaboranti, possono aver bisogno di un tempo considerevole per spogliarsi e rivestirsi.
Per questo si giunge a soluzioni di compromesso, sulle quali un po' si basano anche questi consigli.

Le cose cambiano molto, in realtà, a seconda della metodica diagnostica e del segmento corporeo da esaminare.
Il caso estremo, e più particolare, è quello della risonanza magnetica: in risonanza magnetica è prescritta, in generale, praticamente la nudità assoluta, essendo permesso unicamente l'uso di un camice monouso (fornito in loco) e degli slip (purchè non contenenti parti metalliche). Il paziente, per ragioni di sicurezza, viene fatto completamente spogliare PRIMA di accedere alla sala del magnete, e devono essere eliminati anche monili, orologi, piercing, qualunque oggetto che possa essere in qualunque misura attratto dal campo magnetico comportando quindi rischi per l'incolumità fisica del paziente (ricordando che il campo magnetico è SEMPRE attivo).

All'estremo opposto, direi, si situano gli esami di medicina nucleare; in questo caso, anche a causa della bassa risoluzione spaziale che si può ottenere in questi esami, in particolare nel caso delle scintigrafie, i problemi relativi a piccolissimi oggetti metallici possono essere trascurati, e quindi non è necessario controllare minuziosamente l'abbigliamento del paziente o farlo spogliare più di tanto. Senza dubbio si fanno eliminare sempre - se presenti nell'area da esaminare - cinture, chiavi e portamonete presenti nelle tasche, e altri oggetti metallici ingombranti; un particolare a cui fare molta attenzione sono i fazzolettini.
Una particolarità infatti della medicina nucleare è questa: è il paziente stesso a ricevere un farmaco radioattivo, prima dell'inizio dell'esame; egli diventa così la sorgente stessa delle radiazioni che saranno utilizzate per formare l'immagine diagnostica. Il farmaco viene tuttavia rilasciato anche per le fisiologiche vie di escrezione; ad esempio con lacrime, muco o sudore, che, trasferiti su un fazzolettino tenuto nella tasca dal paziente, possono produrre significativi artefatti durante l'esame. Dunque buttate i fazzolettini prima di stendervi sotto la gammacamera (e fate attenzione quando il tecnico vi manderà, probabilmente, a svuotare la vescica prima di iniziare l'esame...anche la pipì è radioattiva, in quel caso, perciò un po' di accortezza in più sarà necessaria).

Nel mezzo ci sono le altre tipologie di esame.
Dicevamo della densitometria: essa, generalmente, si effettua su soggetti di sesso femminile, e le parti da esaminare sono relative alla zona lombare e pelvica, quindi, come dicevamo prima, sarà necessario, in sostanza, invitare la paziente a scoprire la zona interessata rimanendo esclusivamente con gli slip (sarà sufficiente abbassare gonna o pantaloni a metà coscia e sollevare parzialmente la maglia fino all'altezza del diaframma). Non indossate slip contenenti parti metalliche, però :-)

Per la mammografia, altro esame specificamente destinato alle donne, è importante sottolineare che si tratta di un esame caratterizzato da elevatissima risoluzione spaziale; per questo, oltre naturalmente a denudare completamente la parte in esame, si consiglia alle pazienti di non utilizzare alcun tipo di crema, profumo o lozione nelle aree da esaminare (fra cui rientra anche il cavo ascellare), perchè potrebbero essere esse stesse fonte di minimi artefatti, capaci di condizionare la valutazione dell'esame. Per velocizzare l'esame, si consiglia di non indossare abiti interi, altrimenti per liberare la parte superiore del corpo sarà necessario spogliarsi completamente.

Per quanto riguarda la TC, le esigenze variano in base alla parte del corpo da esaminare. Qualunque abbigliamento, in TC, può provocare artefatti importanti, e anche minime parti metalliche, un piccolo bottone o una monetina rimasta in una tasca, possono costringere alla ripetizione dell'esame. Per questo la parte interessata va in ogni caso liberata da indumenti. Ovviamente è presente in genere uno spogliatoio e il paziente ha il tempo per prepararsi anche perchè, spesso, è necessario l'utilizzo del mezzo di contrasto e quindi una ulteriore fase di preparazione, svolta dall'infermiere, in cui viene predisposto l'accesso venoso ( in questo senso si consiglia l'uso di indumenti che facilitino l'accesso alle braccia da parte dell'infermiere).
Dunque per la TC il consiglio, in generale, è più che altro quello di indossare abiti comodi da togliere e da indossare nuovamente: se non altro per eliminare una ulteriore fonte di stress in una situazione che è spesso già ansiogena e stressante per altri motivi, soprattutto per i pazienti in condizioni fisiche peggiori o più anziani.

Veniamo infine agli esami radiologici tradizionali, cominciando dal più comune: la classica radiografia del torace, esame fin troppo facilmente prescritto anche per la sua bassissima dose di radiazioni.
Ogni tanto si legge su internet qualche domanda del genere, soprattutto proveniente da (presunte) ragazze giovani colte da improvvisi attacchi di pudicizia: per fare la radiografia bisogna spogliarsi?
Ero anche io piuttosto in difficoltà, le prime volte in cui mi trovavo a dover chiedere a delle pazienti, in particolare giovani, di spogliarsi per una radiografia del torace; d'altra parte, professionalmente la cosa più opportuna da fare, come detto, sarebbe far denudare completamente la zona in esame.
In genere si opta per un compromesso, tuttavia, per rispettare il pudore della paziente; il consiglio quindi è di indossare una maglietta bianca semplicissima, senza componenti metalliche, pajette o scritte (anche le scritte potrebbero contenere inchiostri o elementi capaci di generare artefatti!) sotto gli abiti. Il reggiseno (e catenine, ciondoli etc.) andrà inevitabilmente tolto, ma quasi sicuramente il tecnico concederà alla paziente di tenere la maglietta durante l'esecuzione dell'esame.
Negli esami che riguardano il rachide vertebrale, l'addome o la zona del bacino, è inevitabile richiedere al paziente anche di liberare la parte inferiore del tronco dagli abiti; in questo caso quindi è consigliabile di indossare abiti che siano comodi da abbassare o togliere, a seconda dei casi, e in questo caso è probabile che anche l'eventuale maglietta bianca possa essere fatta sollevare o togliere del tutto, per permettere al paziente di valutare, ad es., il perfetto allineamento della colonna e la corretta collimazione del fascio. Se non è strettamente indispensabile, è meglio evitare di indossare fasce o altri indumenti contenitivi, che sarà necessario togliere durante l'esecuzione dell'esame perchè, ovviamente, contenenti gancetti metallici, zip o altre possibili fonti di artefatti.
Ci sono poi gli esami degli arti inferiori. Per un esame delle anche o del femore, è necessario spogliare la parte in esame, e poichè sono necessarie proiezioni differenti, è preferibile eliminare qualunque indumento che ostacoli il movimento dell'arto (dunque togliere i pantaloni e non semplicemente abbassarli); per quanto riguarda il ginocchio, invece, se il paziente indossa indumenti molto comodi (per le donne, la gonna) è possibile eseguire l'esame semplicemente sollevando l'indumento oltre il limite dell'articolazione, senza la necessità di far spogliare il paziente.
Non mi soffermerò sull'esame della caviglia e del piede....se non per ricordare che anche il tecnico è un essere umano dotato di olfatto, dunque vi ricordate tutti di indossare biancheria e calze pulite, vero? Se possibile...

Insomma: alla fine la regola generale dovrebbe essere, a beneficio di tutti, indossare abiti comodi, semplici da togliere e rimettere. Sembra una banalità, eppure per molti motivi questo non accade....ho visto pazienti rischiare di farsi male da soli, per l'ansia di togliersi in fretta tutto o di indossare velocemente un inopportuno numero di abiti. Soprattutto, bisognerebbe ricordarsi, come anche nel caso del ginecologo di cui sopra, che il tecnico radiologo è interessato non a come apparite, ma a come siete fatti dentro. Quando un tecnico radiologo inizia a guardarvi - mentre entrate nella sala diagnostica - sta già pensando a come posizionarvi, a come far risaltare al meglio...non il vostro aspetto esteriore, ma l'organo o il segmento corporeo da esaminare. Per questo, anche la richiesta di spogliarsi, entro i limiti suddetti (e posta con il necessario tatto), è dettata esclusivamente da ragioni professionali - ed è a tutto beneficio del paziente stesso, in quanto consente di ridurre al minimo il rischio di ripetizione dell'esame o di errore.

Piuttosto, quando vi sarete spogliati nel modo richiesto dal tecnico, è diritto del paziente esigere - se la metodica di esame ne consente l'uso - gli opportuni dispositivi di radioprotezione da indossare per proteggere le zone più radiosensibili del corpo....



venerdì 31 gennaio 2014

Il rapporto col paziente pediatrico: collaborazione o immobilizzazione?

Oggi non ho moltissima voglia di scrivere, ma anche questo è un tema su cui mi interessa, anche come padre oltre che come tecnico radiologo, fare degli approfondimenti, in futuro.

La collaborazione (se possibile) e in ogni caso la corretta immobilizzazione di un paziente pediatrico è infatti il presupposto assolutamente fondamentale per eseguire al meglio l'esame diagnostico e (cosa essenziale in questo tipo di pazienti) ridurre al minimo la dose di radiazioni impiegata.

A seconda dell'età del paziente e del tipo di metodica e di esame che dovremo effettuare, saranno necessari comportamenti e/ ausilii differenti. Ci sono esami che durano pochi attimi, come le tradizionali radiografie; altri esami, come ad esempio le risonanze magnetiche o le scintigrafie, possono richiedere invece tempi lunghissimi, nel caso delle scintigrafie perfino ore. E purtroppo, essendo richiesto l'utilizzo di radiazioni, non è possibile, almeno da parte del personale (tecnico, infermiere o medico che sia), restare accanto al paziente durante l'esame o addirittura adoperarsi per tenerlo fermo.

Questo articolo in inglese fornisce 6 utili indicazioni, di cui mi limito a tradurre la prima e l'ultima, mentre le altre riguardano l'utilizzo di ausilii (a volte degni dei tempi dell'Inquisizione) purtroppo non sempre disponibili, o di strumenti di contenzione di volta in volta inventati e adattati grazie alla "fantasia" del tecnico di turno.

  1. Placare le bestie feroci (e i genitori): essenziale è la relazione di comunicazione e di fiducia che si instaura, sin dal primo momento, col bambino e con i genitori. E' quindi necessario procedere con calma e dialogare in maniera empatica, cercando di ottenere, se possibile, la cooperazione del piccolo paziente anzichè passare subito alla fase dell'immobilizzazione.
  2. Il genitore in trappola: laddove la cooperazione del piccolo paziente sia impossibile, o per ragioni legate alla patologia, oppure per l'età molto ridotta o, infine, per uno stato di agitazione, di ansia o di paura non contenibile, e non sia possibile nemmeno adottare dispositivi di contenzione sufficienti, idonei a limitare i movimenti in modo non traumatico, si deve ricorrere all'aiuto e alla presenza del genitore, il quale dovrà in prima persona trattenere il bambino durante lo svolgimento dell'esame. Naturalmente in questo caso il genitore dovrà indossare i dispositivi di radioprotezione più idonei, e riceverà una certa quota di radiazioni di cui quindi bisogna tener conto (ad esempio, bisognerà preferire il papà alla mamma, laddove non sia possibile escludere con certezza una eventuale condizione di gravidanza di quest'ultima). 
La cosa più bella, tuttavia, sarebbe poter avere ovunque strutture radiologiche in qualche modo a misura di bambino, per agevolare il piccolo paziente nel rapporto con una situazione che è di per sè traumatica, come quella di un contesto diagnostico e terapeutico.....
Un esempio è quest'apparecchio inaugurato pochissimi anni fa nell'Irccs Stella Maris a Pisa . Una risonanza magnetica Zero Tesla, ovvero fittizia, che ha l'unica funzione di facilitare la cooperazione dei piccoli pazienti trasformando il rapporto con questo strumento, che incute timore anche a molti pazienti adulti, in un momento di interazione e di gioco.