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venerdì 14 febbraio 2014

Perchè l'umiltà è importante, e anche la mammografia. E per le donne con le protesi?

Non si tratta di una questione moralistica, ma strettamente utilitaristica: se vuoi aver cura della tua salute, l'umiltà è sempre un presupposto indispensabile.
Anche il semplice confronto quotidiano con le debolezze, le fragilità della carne - l'avanzare degli anni, l'inesorabile manifestarsi di sintomi e segni di dubbia interpretazione - comporta la scelta, spesso istintiva, fra due approcci possibili: la presunzione di essere indistruttibili e onnipotenti (tipicamente adolescenziale, ma presente anche in molte persone di età adulta o avanzata) oppure la preoccupazione, il timore, la percezione un po' angosciosa del confronto con la finitezza della propria esistenza fisica.
Secondo una certa ottica filosofica (a cui ho dedicato molti dei miei studi precedenti) in realtà proprio questo secondo stato d'animo, questa angoscia fondamentale mette l'essere umano in condizione di comprendere la propria esistenza come un tutto (finito e definito temporalmente), sperimentando - nel confronto con la prospettiva inesorabile della fine del tempo, della morte - la necessità di assegnare un senso, un fondamento alla propria esistenza, e contemporaneamente la coscienza dell'assenza di fondamento dell'esistenza umana in generale.
Si tratta ovviamente di una consapevolezza emotivamente sconvolgente, che non sempre e non tutti sono in grado di sostenere nella quotidianità. Essa però offre l'opportunità di assegnare un senso più autentico al concetto della cura di sè, dell'aver cura (anche) del proprio corpo e della propria salute, proprio avendo compreso il rapporto che c'è fra la precarietà dell'esistenza e il valore che ad essa è umanamente possibile assegnare.

Proprio in base a questa ottica filosofica trovo particolarmente disdicevole, e in un certo senso autodistruttivo, l'approccio di chi, mancando di umiltà, non si occupa della propria salute oppure ritiene di doverlo fare solo "alle proprie condizioni", ovvero sostituendo continuamente il proprio giudizio a quello di coloro che sarebbero, invece, più titolati e competenti, e anche più neutrali e quindi più oggettivi, nella valutazione, nella diagnosi, nella terapia.
Eviterò dunque in questo articolo anche io di offrire certezze assolute che non posso dare: da tecnico radiologo, posso presentare alcune questioni relative a metodiche e criteri diagnostici, ma devo in ogni caso sottolineare che solo nel concreto rapporto fra singolo paziente e medico (in questo caso, specialista) è possibile di volta in volta ricevere le risposte scientificamente e clinicamente più opportune e adeguate.

Succede invece, com'è noto, qualcosa di strano, quando si tratta di problemi medici anche seri come può essere quello del tumore alla mammella; succede cioè che le persone spesso reagiscono cercando risposte da soli, o da esperti più presunti che reali, ciarlatani, venditori di strani servigi pseudo-diagnostici o utilizzatori di metodiche non ancora clinicamente testate o non del tutto validate sperimentalmente.
Oppure, in alternativa, succede che circolino bufale; bufale come quelle - a cui talora ha dato credito perfino qualche personaggio di grande successo pubblico - che descrivono il seno delle donne minacciato al "marketing dello screening",  dando credito a una sorta di complotto fra medici, tecnici radiologici e industrie varie per alimentare una falsa credenza nell'utilità di questo strumento diagnostico.

Ho seguito in questi giorni un piccolo corso di aggiornamento on-line sulla risonanza magnetica della mammella, e stamane incuriosito da uno degli aspetti trattati in questo corso, mi sono dedicato a una piccola ricerca su internet; ricerca dalla quale ho appreso della recente diffusione, anche in alcuni centri senologici, di una apparecchiatura di cui ignoravo caratteristiche, pregi e difetti. Tale apparecchio, descritto entusiasticamente in molteplici articoli, consentirebbe di ottenere una diagnosi precoce del tumore alla mammella (notevolmente precoce rispetto alla mammografia di screening), anche nelle donne più giovani (come noto, è dubbia invece l'utilità della mammografia sotto i 50 anni, anche se alcune regioni progettano di estendere lo screening anche alle donne fra i 45 e i 50), con una sensibilità elevatissima, quasi paragonabile a quella della risonanza magnetica, e, soprattutto, senza utilizzare radiazioni ionizzanti (spauracchio di molte donne, preoccupate eccessivamente dalla dose di radiazioni della mammografia che invece è ridotta e paragonabile a quella di alcune comuni radiografie effettuate anche numerose volte nel corso della vita).
Mi sono chiesto: com'è possibile che un apparecchio così efficace non sia stato già adottato da tutti i centri senologici e radiologici, almeno privati, come gold standard per lo screening?
Ovviamente la risposta c'è: in un articolo di pochi giorni fa, una autorevole chirurga senologa evidenziava appunto criticamente i limiti di questa innovativa metodica diagnostica: "In conclusione, ad oggi non esistono lavori scientifici su grandi numeri che dimostrino l’affidabilità del DOBI, la sua utilità diagnostica ed il ruolo che potrebbe avere nell’iter diagnostico".

Come dicevo, dunque, dobbiamo tutti porci di fronte alle sempre più numerose opportunità offerte anche dalle varie tecniche diagnostiche, con un approccio basato sull'umiltà: ovvero, prima di dare completamente credito a un metodo o all'altro, in nome di presunti e intriganti vantaggi, affidarci al parere di chi è più esperto e raccogliere dati oggettivi, valutare trial e test, leggere articoli e ricerche....o appunto, semplicemente chiedere a uno specialista e fidarci della sua risposta.

In sintesi, attualmente la mammografia è la metodica standard per lo screening preventivo per la diagnosi precoce del tumore al seno; la sensibilità di questo esame si aggira intorno al 90% e la sua specificità è piuttosto elevata, a fronte di una dose radiante piuttosto ridotta. E' in fase di introduzione la tomosintesi mammaria, sempre basata sull'utilizzo di radiazioni (in dose leggermente più alta), che mediante dei software di ricostruzione delle immagini fornisce una visione tridimensionale della mammella, superando così alcuni limiti tecnici delle proiezioni normalmente utilizzate in mammografia (in cui è assente la "tridimensionalità" dell'immagine).
Esistono poi altri esami. L'ecografia ha l'ovvio vantaggio di non far uso di radiazioni, ma è dotata di una risoluzione molto inferiore alla mammografia, e quindi è meno sensibile; inoltre è operatore dipendente, ovvero beneficia (o meno) dell'esperienza e dell'abilità dell'operatore che la esegue. Essa è in ogni caso indicata per le donne giovani, in quanto supera i limiti che invece ostacolano la mammografia nell'esame di un seno in cui ancora prevale la parte ghiandolare.
Esiste inoltre la risonanza magnetica mammaria, come dicevo prima; essa condivide con l'ecografia il vantaggio dell'assenza di radiazioni, ma, viceversa, richiede, in genere, l'utilizzo di un mezzo di contrasto, peraltro con bassissimi rischi. La risonanza magnetica è in ogni caso l'esame con maggiore sensibilità e specificità; se effettuato correttamente rappresenta quindi l'esame migliore per la diagnosi del tumore al seno, tuttavia, naturalmente, non è possibile proporlo come esame di screening per le problematiche legate al mezzo di contrasto, ma soprattutto per gli elevatissimi costi di ciascun esame di risonanza magnetica, in particolare a causa delle apparecchiature utilizzate e della lunghezza dell'esame.

Ci sono tuttavia alcuni casi in cui è particolarmente indicata la risonanza magnetica (per esempio nelle donne che presentano un rischio molto elevato di tumore al seno, per familiarità o altre cause); essa potrebbe trovare indicazione anche in molte donne portatrici di protesi al seno, per motivi di tipo medico o per motivi, come sempre più spesso accade, di tipo estetico.
In questo tipo di donne (un numero enormemente crescente) in realtà la mammografia si può effettuare correttamente, con alcune accortezze di tipo tecnico, per esempio aumentando il numero di proiezioni (e quindi la dose) per sopperire alla radio-opacità della protesi, che potrebbe in taluni casi occultare la presenza di lesioni in determinate sedi della mammella; altra accortezza è quella di limitare la compressione, anche per non rischiare uno schiacciamento della protesi, ma anche questo accorgimento a sua volta può produrre artefatti nell'immagine e in ogni caso un aumento della dose radiante. Per questo è bene che la donna portatrice di protesi avverta il personale tecnico prima di eseguire l'esame e si rivolga a centri dove il personale è competente e abituato ad eseguire la mammografia su donne con protesi, cosa che non accade ovunque.
Tuttavia, solo la risonanza magnetica attualmente consente di superare completamente i limiti tecnici della mammografia nelle donne portatrici di protesi, permettendo di studiare anche le lesioni potenzialmente presenti nelle adiacenze della protesi o che potrebbero essere nascoste da questa. Inoltre, la risonanza magnetica offre l'ulteriore vantaggio di poter studiare, anche senza mezzo di contrasto, l'eventuale presenza di lesioni o rotture della protesi stessa (con una sensibilità superiore al 75% nell'individuare rotture protesiche).
Come dicevo, quindi, il numero crescente di donne portatrici di protesi al seno renderà questa metodica sempre più diffusa e utilizzata anche a fini di diagnosi precoce, almeno fino a quando non saranno realmente validate altre metodiche diagnostiche di accesso più semplice ed economico, a parità di vantaggi.

Tuttavia non vi fidate troppo di quello che leggete su internet - neppure qui! - e verificate con lo specialista di fiducia l'iter più adatto da eseguire per fare la vostra, personale, corretta prevenzione per il tumore al seno; tenendo conto che il fattore prevenzione, in questo caso, è veramente decisivo per elevare al massimo le possibilità di successo di una eventuale terapia.






domenica 19 gennaio 2014

Fotoni dappertutto: è pericoloso fare il tecnico radiologo?

E' capitato anche a me, l'estate scorsa. Una aspirante studentessa di tecniche di radiologia medica mi contatta, tramite Facebook, per pormi alcune domande su questo corso di laurea - così come del resto io stesso avevo fatto, a suo tempo, con altri (futuri) colleghi. Fra le domande che spesso si pongono i neofiti, i curiosi, o a volte anche i pazienti, riguardo questa professione, quella sui rischi connessi all'uso delle radiazioni è inevitabile: la considerazione del rischio radiologico, sia per i pazienti che per i professionisti che lavorano in questo settore, è del resto pane quotidiano, in particolare per il tecnico radiologo, il quale ha il dovere di contenere le radiazioni utilizzate nei limiti dello stretto necessario e di occuparsi della radioprotezione non solo del paziente, ma anche degli altri operatori coinvolti nelle pratiche diagnostiche e terapeutiche e, ovviamente, di se stesso.

Vista dall'esterno, la questione della radioprotezione del tecnico radiologo viene considerata in modo estremamente diversificato: c'è chi sopravvaluta il rischio (fino a giungere a una vera e propria fobia delle radiazioni), chi lo sottovaluta e chi addirittura immagina, più con la fantasia che con la razionalità, che il tecnico radiologo possieda mezzi e/o conoscenze in grado di eliminare completamente i rischi relativi alle radiazioni. 
Ricordo ad esempio una conversazione avuta al primo anno di corso con una studentessa di altra professione sanitaria, la quale, mentre discorrevamo delle prime esperienze di tirocinio che stavamo avendo, in cui evidentemente c'era stata qualche minima possibilità di radioesposizione, mi disse: "ma tanto voi avete quel coso lì, che vi protegge...."...il "coso" a cui si riferiva non era il santo protettore dei tecnici radiologi, nè l'angelo custode, ma banalmente il dosimetro. A scanso di equivoci esso non intercetta i fotoni a mo' di scudo piombato....semplicemente, essendo indossato sul camice (o in altre parti del corpo), cattura una piccola percentuale dei fotoni che giungono in quel punto, permettendo di misurare attraverso dei calcoli successivi la dose di radiazioni a cui l'operatore è stato esposto durante un certo periodo di lavoro. 

In alcuni casi, in base a ragionamenti di difficile comprensione, il fatto stesso di essere pagati per fare questo lavoro dovrebbe, secondo alcuni, fornire una sorta di "protezione" all'operatore esposto a radiazioni. E' il caso ad esempio di un certo tipo di paziente con cui mi è capitato di avere a che fare; un tipo di paziente ansioso e irritabile, il quale pretende dal tecnico che esso rimanga all'interno della sala diagnostica durante l'esecuzione della tac o dell'esame rx, per tranquillizzarlo o aiutarlo nello svolgimento dell'esame. "Lei è pagato per questo lavoro": così un paziente si rivolse una volta a un tecnico in mia presenza, quasi intimandogli di rimanere nella sala durante l'esecuzione di un esame....ovviamente il tecnico rispose che non se ne parlava proprio, perchè il fatto di essere pagati non ci protegge dalle radiazioni, e un tecnico che si espone a radiazioni ingiustificate senza proteggersi non solo è sciocco, ma commette anche un atto professionalmente e legalmente illecito....E quindi no, non siamo pagati per "prendere radiazioni"!

Esistono in realtà limiti ben precisi entro cui l'esposizione del tecnico di radiologia è considerata "accettabile", a seconda della categoria in cui è classificato il tecnico in base al tipo di lavoro che svolge. Senza entrare nel merito delle unità di misura radioprotezionistiche e delle varie classificazioni - argomento più strettamente tecnico a cui magari dedicherò qualche post in futuro - in sostanza solo una limitata parte dell'attività del tecnico di radiologia si svolge in condizioni di effettiva esposizione a radiazioni. 
A parte situazioni particolari come quelle in cui il tecnico opera presso il letto del paziente o, saltuariamente, in sala operatoria, i due ambiti più importanti in cui si verificano significative esposizioni sono quelli della radiologia interventistica - angiografia, emodinamica - e della medicina nucleare. Nel caso della medicina nucleare, in particolare, il tecnico opera a contatto con sorgenti radioattive che, durante l'esame, si trovano direttamente all'interno del paziente; questo comporta misure radioprotezionistiche specifiche diverse da quelle adottate negli altri ambiti di lavoro in radiologia (in particolare diventa importante il fattore "tempo", la durata dell'esposizione). La medicina nucleare è un ambito operativo di grande interesse anche dal punto di vista del tecnico radiologo; tuttavia essa rappresenta anche l'esempio più eclatante di come il tecnico di radiologia debba sapersi muovere in ambiti lavorativi in cui, effettivamente, i fotoni (x e gamma) possono essere diffusi e presenti quasi dappertutto, costituendo essi stessi parte integrante dell'ambiente di lavoro quotidiano. "Ho passato il tempo a schivare fotoni", scherzavo qualche volta uscendo dal reparto di medicina nucleare....i pazienti radioattivi infatti circolano all'interno del reparto, lasciando a volte anche tracce di radioattività in giro (residui fisiologici di vario tipo), e anche gli isotopi e i radiofarmaci, per quanto protetti, vengono continuamente trasferiti da una stanza all'altra: in pratica, bisogna abituarsi a convivere con una esposizione, sia pur minima, praticamente continuativa e quasi inevitabile. 

Tuttavia il vero problema è: qual è il rischio in cui incorre un tecnico di radiologia a causa dell'esposizione professionale alle radiazioni? Questo rischio, alla fine, dipende essenzialmente dalla quantità di radiazioni ricevute, quantità che può essere, in genere, grandemente limitata dal rispetto delle regole di radioprotezione e dall'utilizzo di dispositivi di protezione individuali (camici piombati e così via), tant'è che in molti ambiti di lavoro sostanzialmente questa quantità si avvicina a zero (senza considerare la normale radiazione di fondo a cui tutta la popolazione è esposta). Come detto, solo in alcuni ambiti l'esposizione è effettivamente significativa, fino a raggiungere quantità di alcune decine di millisievert all'anno (il sievert, di solito utilizzo nel sottomultiplo dei millisievert, è l'unità di misura della dose efficace, ovvero l'unità di misura che tiene conto degli effetti della radiazione sull'organismo, in questo caso effetti nocivi). Si tratta di dosi che non provocano effetti di tipo deterministico (ovvero, a questa dose di radiazioni non corrispondono danni certi e immediati), ma che rappresentano un rischio di tipo probabilistico, stocastico, in qualche misura significativo.
A puro titolo di esempio, secondo alcune tabelle (faccio riferimento ai dati di un rapporto definito BEIR V, risalente a una ventina di anni fa ma più o meno ancora validi), il rischio di morte (per cancro) indotto da 1 msv è parificabile al rischio di morte indotto dall'aver fumato un paio di pacchetti di sigarette, o al rischio di morire guidando l'auto per circa 2000 km. Si tratta quindi di un rischio decisamente modesto, che, tuttavia, va moltiplicato per il numero di millisievert a cui può essere esposto un tecnico di radiologia in tutto l'arco della sua vita professionale. A seconda degli ambiti di lavoro, come detto, questo dato può essere estremamente variabile: nei casi peggiori, si può arrivare anche a una esposizione complessiva di molte centinaia di millisievert, che rappresenta un incremento significativo del rischio probabilistico di contrarre un cancro radioindotto, nel corso della vita.  
Significativo quanto? Secondo i dati di un rapporto (ICRP 103) del 2007, l'esposizione complessiva a 1 Sievert nel corso della vita comporta un aumento del rischio di contrarre un cancro pari al 4%. 
Bisogna tener conto, però, che ormai il rischio di contrarre un tumore nel corso della vita, a causa dell'allungamento della prospettiva di vita e di altri fattori, si avvicina al 50%, in particolare per gli uomini, in Italia (dati Airtum)  Fra gli altri fattori che contribuiscono a questo rischio, c'è anche l'inevitabile esposizione alla radiazione di fondo, che per tutta la popolazione contribuisce nella misura di diversi (almeno 3) millisievert annui!

In breve, anche nei casi di maggior esposizione, il rischio professionale in cui incorre il tecnico radiologo a causa dell'esposizione alle radiazioni è molto limitato, in particolare se il tecnico è in grado di utilizzare tutti gli strumenti e le competenze idonee a limitare al minimo questa esposizione e controllarla adeguatamente. Pur avendo a che fare con le radiazioni, che evocano fantasmi e paure molto profonde in tutta la popolazione, anche nelle persone mediamente più colte, in realtà.....probabilmente i rischi per la salute a cui è esposto un tecnico di radiologia sono di gran lunga inferiori a quelli a cui è quotidianamente esposto un lavoratore edile o un conducente di autobus o camion. 
Tuttavia questo non vuol essere un incoraggiamento a intrattenere il tecnico di radiologia con logorroiche chiacchiere sui recenti cambiamenti climatici o sul vostro lungo iter diagnostico e terapeutico, proprio mentre avete appena ricevuto una dose di qualche centinaio di megaBecquerel di radiofarmaco per una scintigrafia e il tecnico non vede l'ora di allontanarsi da voi e dai fotoni gamma che state vostro malgrado emettendo in tutte le direzioni.....

martedì 14 gennaio 2014

Quando il tecnico di radiologia cura i pazienti.

C'è una specialità che a mio avviso è sottovalutata, in Italia, fra quelle a cui può dedicarsi un tecnico di radiologia; altrove, al contrario, è possibile addirittura specializzarsi in modo esclusivo per questa mansione, con una formazione dedicata e perfino salari e carriere lavorative differenziate.
Si tratta del ruolo del tecnico in radioterapia, che si differenzia notevolmente dalle altre attività svolte da un tecnico radiologo innanzitutto per un elemento evidente: in questo caso il tecnico svolge in prima persona e attivamente una procedura terapeutica, curativa sul paziente, utilizzando le radiazioni non (solo) per fare diagnosi, ma anche per ottenere una guarigione o un miglioramento delle condizioni del paziente.

Parlare di radioterapia significa occuparsi di pazienti oncologici, pazienti che sono costretti ad affrontare una patologia particolarmente grave, rispetto alla quale solo negli ultimi decenni la medicina sta fornendo risposte terapeutiche adeguate, che in molti casi possono essere anche completamente curative. La radioterapia, fra le terapie attualmente disponibili per la cura dei tumori, riveste un ruolo crescente, perchè lo sviluppo delle tecniche e degli strumenti a disposizione dell'oncologo radioterapista permette di offrire trattamenti sempre più mirati e differenziati a seconda del tipo, della sede e della gravità del tumore; un vantaggio significativo della radioterapia, inoltre, oltre alla versatilità, è la sua rapidità di esecuzione e la limitatissima, o del tutto assente, invasività del trattamento, che con le più recenti tecniche permette anche di minimizzare gli effetti collaterali della cura.

Nella mia limitata esperienza, ho constatato che il tecnico di radioterapia non sempre è consapevole del valore che riveste il suo ruolo e la sua competenza all'interno dell'iter terapeutico del paziente. Anche per questa constatazione ho ritenuto di occuparmi nella mia tesi di laurea proprio di radioterapia, analizzando alcuni aspetti dell'evoluzione tecnica di questa metodica,collegando questa evoluzione al necessario cambiamento del ruolo e delle competenze richieste al tecnico di radiologia in radioterapia.

Senza voler entrare in troppi dettagli tecnici, che mi riservo di analizzare in successivi post sull'argomento: cosa fa concretamente il tecnico di radiologia che lavora in una unità operativa di radioterapia?


Il tecnico di radiologia, in sintesi, è materialmente l'esecutore del trattamento. Pur essendo il trattamento pianificato dal medico radioterapista in collaborazione col fisico sanitario, il tecnico è in ultima analisi colui che concretamente dovrà garantire l'idonea, effettiva ed efficace applicazione della terapia così come essa è stata immaginata e sviluppata nella fase di "planning". 
Anche in questo caso, come in tutte le procedure affidate al tecnico di radiologia, la fase di esecuzione vera e propria, ovvero quella in cui il tecnico preme il fatidico "pulsante" dando il via all'erogazione delle radiazioni, rappresenta in realtà, sia qualitativamente che quantitativamente, un aspetto minimale del complessivo lavoro del tecnico.

Pur limitandoci al momento dell'applicazione del trattamento, infatti (in realtà il tecnico di radioterapia partecipa anche ad altre fasi dell'elaborazione del trattamento e della gestione degli strumenti tecnici a lui affidati ), il tecnico è infatti innanzitutto colui che direttamente accoglie il paziente all'interno del bunker dove si svolge il trattamento. Poichè le applicazioni di un trattamento di radioterapia possono essere numerose, svolgendosi normalmente quotidianamente o quasi, nell'arco di un periodo di più settimane, il tecnico costruire una vera e propria relazione di aiuto col paziente, un rapporto che può comportare anche aspetti psicologici diversificati a seconda delle condizioni e della capacità del tecnico di sviluppare un rapporto, per quanto limitato, di empatia con ogni singola persona. Il tecnico ha così anche l'opportunità di conoscere quotidianamente l'evoluzione di eventuali sintomi o effetti collaterali della terapia, e quindi può segnalare l'emergere di nuove problematiche tempestivamente al medico radioterapista o inviare il paziente a una visita urgente presso lo stesso, svolgendo così un ruolo per così dire di "sentinella" rispetto all'andamento della terapia. E' evidente che questo ruolo comporta anche una quotidiana esposizione del tecnico a bisogni e richieste pressanti anche di tipo psicologico, che possono produrre anche un forte stress o sindromi come quella del burn-out, tipiche di chi lavora in condizioni che lo espongono a relazioni di aiuto con soggetti affetti da patologie particolarmente gravi.

In passato il ruolo più importante del tecnico in radioterapia era quello più strettamente pratico, manuale: predisporre (cosa che in passato richiedeva anche con un vero e proprio lavoro "artigianale" personalizzato), i presidi per posizionare o immobilizzare il paziente, adeguare al singolo paziente l'acceleratore lineare e il lettino e approntare tutto ciò che è concretamente necessario per eseguire l'applicazione.
Con lo sviluppo degli acceleratori lineari più recenti e delle metodiche di verifica della posizione del paziente in tempo reale (o quasi), come nella IGRT (radioterapia guidata dalle immagini ) o nella radioterapia 4D (che è basata sul concetto di adattare l'erogazione della terapia ai movimenti fisiologici della lesione durante l'erogazione del fascio radiante, ad esempio mediante il controllo della respirazione tramite sistema di gating), a mio avviso il ruolo fondamentale del tecnico diviene quello di assicurare la migliore compliance possibile del paziente durante l'esecuzione della terapia. Rassicurando il paziente, ottenendo la sua collaborazione e meglio ancora favorendo un vero e proprio stato di rilassamento da parte del paziente, si riduce infatti al minimo il rischio che il paziente compia movimenti eccessivi, anche fisiologici (si pensi all'accelerazione del respiro nei soggetti ansiosi), durante il trattamento stesso, cosa che comporterebbe il rischio di non irradiare nella maniera più efficace la lesione o di dover sospendere il trattamento per evitare tossicità agli organi sani circostanti. Inoltre, anche la fase di posizionamento e di contenzione fisica del paziente, con l'utilizzo dei vari ausili destinati a questo scopo, risulta non solo agevolata e velocizzata, ma anche meglio eseguita - a tutto vantaggio della precisione del trattamento - laddove il paziente comprende ciò che sta avvenendo e sviluppa una relazione di fiducia con l'operatore tecnico che si occupa della terapia.

Anche se ho voluto evidenziare questi aspetti più "psicologici" del lavoro del tecnico di radioterapia, che ritengo ancora poco compresi e sottovalutati, non posso evitare di segnalare che fra tutte le specialità questa è probabilmente quella che in tempi recenti ha vissuto la maggior evoluzione per quel che riguarda gli aspetti informatici e tecnologici, e quindi quella che ha richiesto una maggiore evoluzione anche delle competenze più direttamente tecniche di tutti gli operatori coinvolti, e in primo luogo del TSRM.
Mi addentrerò in futuro in esempi più precisi di questa evoluzione; ne segnalo qui solo uno, relativo a uno dei sistemi che sono in grado di controllare in tempo reale gli spostamenti della lesione e quindi adattare l'erogazione del fascio per ottenere la massima precisione e quindi la massima efficacia della terapia con la minor tossicità possibile. Mi riferisco al sistema Calypso, che si basa su dei piccoli "beacons", dei transponders passivi che vengono posizionati dal medico direttamente nella lesione da trattare; tali transponders, eccitati da bobine ricetrasmittenti esterne mediante un segnale di radiofrequenza, permettono di localizzare continuamente la lesione e i suoi movimenti come un vero e proprio sistema di Gps per il corpo. L'utilizzo di un sistema di questo tipo comporta, dal punto di vista tecnico, notevoli complessità sia di predisposizione fisica e di controllo della qualità di tutti i componenti, sia relative alle impostazioni dei parametri nei necessari per conseguire il miglior risultato tecnico possibile a seconda del paziente e del trattamento da eseguire. Si tratta quindi di conoscere perfettamente il funzionamento di questi apparati tecnici, e anche dei software che ne mediano e permettono l'utilizzo effettivo; per quanto complessi, questi apparecchi non possono essere utilizzati senza delle competenze specifiche che ne garantiscano l'efficacia, e anzi, potrebbero andare a detrimento del trattamento se utilizzati nel modo scorretto (proprio perchè questi sistemi comportano una dipendenza sempre più elevata da un insieme sempre più diversificato e complesso di apparati tecnici e informatici).

Mi auguro in futuro di poter lavorare in una unità di radioterapia perchè dal punto di vista del tecnico è quella che offre, a mio avviso, le sfide e le opportunità più appassionanti: sia dal punto di vista umano, che dal punto di vista delle competenze, richiedendo un continuo percorso di crescita e di arricchimento professionale.