lunedì 17 febbraio 2014

E' ufficiale: se ti iscrivi a tecniche di radiologia ora, per te la disoccupazione è garantita.

E lo stesso vale per chi si è iscritto negli ultimi 3-4 anni.

Non è molto originale, ma ritengo un mio preciso dovere morale dare la massima pubblicità a questa intervista al presidente della Federazione Nazionale che riunisce i tecnici di radiologia. In questa intervista, il presidente Beux dice chiaramente che:

"Stiamo registrando un costante aumento degli inoccupati TSRM (Tecnici sanitari di radiologia medica) in Italia. Ad oggi ne conteggiamo già circa 1.500. Ad essi si aggiungeranno i 4.500 studenti universitari che nel prossimo triennio termineranno il loro percorso di studio". 

In realtà i disoccupati sono già attualmente più di 1500, qualcuno dice anche il doppio o più, senza contare che i tanti precari o persone che lavorano con partita iva, ricevendo compensi modestissimi (nell'ordine di 10 euro all'ora lordi). Quello che però è più inquietante, è che ci sono già altri 4500 nuovi colleghi in dirittura di arrivo: in pratica, in 3 anni si rischia di arrivare a oltre 5000 tecnici ufficialmente disoccupati. 
E' bene ribadire che questo titolo di studio non offre altri sbocchi lavorativi: l'alternativa, per chi non trova lavoro come tecnico di radiologia, semplicemente non esiste (o consiste nello scappare all'estero).

Al di là della mia situazione personale, il senso di questo post è: se siete ancora in tempo, e avete questa tentazione, siete avvisati. Non iscrivetevi a questo corso di laurea oppure sarete destinati a diventare carne da macello. 

sabato 15 febbraio 2014

A proposito di umiltà, e di mammografia.

E dopo un lungo post come quello dell'altro giorno, sull'utilità della mammografia e di altri esami diagnostici per la prevenzione del tumore al seno - mi capita di leggere, oggi, questo articolo del New York Times, dal titolo "Perchè non ho mai fatto una mammografia".

In breve, l'idea è questa: "Patients want reassurances. We feel we have to test, so we can find out if we’re sick. We rarely consider that the test itself might make us sick — perhaps through repeated exposure to radiation", cioè la mammografia sarebbe solo un metodo per rassicurare falsamente le pazienti, esponendole invece al pericolo di ammalarsi a causa delle radiazioni.

L'autrice dell'articolo è una scrittrice di romanzi. Ecco perchè serve l'umiltà.


venerdì 14 febbraio 2014

Perchè l'umiltà è importante, e anche la mammografia. E per le donne con le protesi?

Non si tratta di una questione moralistica, ma strettamente utilitaristica: se vuoi aver cura della tua salute, l'umiltà è sempre un presupposto indispensabile.
Anche il semplice confronto quotidiano con le debolezze, le fragilità della carne - l'avanzare degli anni, l'inesorabile manifestarsi di sintomi e segni di dubbia interpretazione - comporta la scelta, spesso istintiva, fra due approcci possibili: la presunzione di essere indistruttibili e onnipotenti (tipicamente adolescenziale, ma presente anche in molte persone di età adulta o avanzata) oppure la preoccupazione, il timore, la percezione un po' angosciosa del confronto con la finitezza della propria esistenza fisica.
Secondo una certa ottica filosofica (a cui ho dedicato molti dei miei studi precedenti) in realtà proprio questo secondo stato d'animo, questa angoscia fondamentale mette l'essere umano in condizione di comprendere la propria esistenza come un tutto (finito e definito temporalmente), sperimentando - nel confronto con la prospettiva inesorabile della fine del tempo, della morte - la necessità di assegnare un senso, un fondamento alla propria esistenza, e contemporaneamente la coscienza dell'assenza di fondamento dell'esistenza umana in generale.
Si tratta ovviamente di una consapevolezza emotivamente sconvolgente, che non sempre e non tutti sono in grado di sostenere nella quotidianità. Essa però offre l'opportunità di assegnare un senso più autentico al concetto della cura di sè, dell'aver cura (anche) del proprio corpo e della propria salute, proprio avendo compreso il rapporto che c'è fra la precarietà dell'esistenza e il valore che ad essa è umanamente possibile assegnare.

Proprio in base a questa ottica filosofica trovo particolarmente disdicevole, e in un certo senso autodistruttivo, l'approccio di chi, mancando di umiltà, non si occupa della propria salute oppure ritiene di doverlo fare solo "alle proprie condizioni", ovvero sostituendo continuamente il proprio giudizio a quello di coloro che sarebbero, invece, più titolati e competenti, e anche più neutrali e quindi più oggettivi, nella valutazione, nella diagnosi, nella terapia.
Eviterò dunque in questo articolo anche io di offrire certezze assolute che non posso dare: da tecnico radiologo, posso presentare alcune questioni relative a metodiche e criteri diagnostici, ma devo in ogni caso sottolineare che solo nel concreto rapporto fra singolo paziente e medico (in questo caso, specialista) è possibile di volta in volta ricevere le risposte scientificamente e clinicamente più opportune e adeguate.

Succede invece, com'è noto, qualcosa di strano, quando si tratta di problemi medici anche seri come può essere quello del tumore alla mammella; succede cioè che le persone spesso reagiscono cercando risposte da soli, o da esperti più presunti che reali, ciarlatani, venditori di strani servigi pseudo-diagnostici o utilizzatori di metodiche non ancora clinicamente testate o non del tutto validate sperimentalmente.
Oppure, in alternativa, succede che circolino bufale; bufale come quelle - a cui talora ha dato credito perfino qualche personaggio di grande successo pubblico - che descrivono il seno delle donne minacciato al "marketing dello screening",  dando credito a una sorta di complotto fra medici, tecnici radiologici e industrie varie per alimentare una falsa credenza nell'utilità di questo strumento diagnostico.

Ho seguito in questi giorni un piccolo corso di aggiornamento on-line sulla risonanza magnetica della mammella, e stamane incuriosito da uno degli aspetti trattati in questo corso, mi sono dedicato a una piccola ricerca su internet; ricerca dalla quale ho appreso della recente diffusione, anche in alcuni centri senologici, di una apparecchiatura di cui ignoravo caratteristiche, pregi e difetti. Tale apparecchio, descritto entusiasticamente in molteplici articoli, consentirebbe di ottenere una diagnosi precoce del tumore alla mammella (notevolmente precoce rispetto alla mammografia di screening), anche nelle donne più giovani (come noto, è dubbia invece l'utilità della mammografia sotto i 50 anni, anche se alcune regioni progettano di estendere lo screening anche alle donne fra i 45 e i 50), con una sensibilità elevatissima, quasi paragonabile a quella della risonanza magnetica, e, soprattutto, senza utilizzare radiazioni ionizzanti (spauracchio di molte donne, preoccupate eccessivamente dalla dose di radiazioni della mammografia che invece è ridotta e paragonabile a quella di alcune comuni radiografie effettuate anche numerose volte nel corso della vita).
Mi sono chiesto: com'è possibile che un apparecchio così efficace non sia stato già adottato da tutti i centri senologici e radiologici, almeno privati, come gold standard per lo screening?
Ovviamente la risposta c'è: in un articolo di pochi giorni fa, una autorevole chirurga senologa evidenziava appunto criticamente i limiti di questa innovativa metodica diagnostica: "In conclusione, ad oggi non esistono lavori scientifici su grandi numeri che dimostrino l’affidabilità del DOBI, la sua utilità diagnostica ed il ruolo che potrebbe avere nell’iter diagnostico".

Come dicevo, dunque, dobbiamo tutti porci di fronte alle sempre più numerose opportunità offerte anche dalle varie tecniche diagnostiche, con un approccio basato sull'umiltà: ovvero, prima di dare completamente credito a un metodo o all'altro, in nome di presunti e intriganti vantaggi, affidarci al parere di chi è più esperto e raccogliere dati oggettivi, valutare trial e test, leggere articoli e ricerche....o appunto, semplicemente chiedere a uno specialista e fidarci della sua risposta.

In sintesi, attualmente la mammografia è la metodica standard per lo screening preventivo per la diagnosi precoce del tumore al seno; la sensibilità di questo esame si aggira intorno al 90% e la sua specificità è piuttosto elevata, a fronte di una dose radiante piuttosto ridotta. E' in fase di introduzione la tomosintesi mammaria, sempre basata sull'utilizzo di radiazioni (in dose leggermente più alta), che mediante dei software di ricostruzione delle immagini fornisce una visione tridimensionale della mammella, superando così alcuni limiti tecnici delle proiezioni normalmente utilizzate in mammografia (in cui è assente la "tridimensionalità" dell'immagine).
Esistono poi altri esami. L'ecografia ha l'ovvio vantaggio di non far uso di radiazioni, ma è dotata di una risoluzione molto inferiore alla mammografia, e quindi è meno sensibile; inoltre è operatore dipendente, ovvero beneficia (o meno) dell'esperienza e dell'abilità dell'operatore che la esegue. Essa è in ogni caso indicata per le donne giovani, in quanto supera i limiti che invece ostacolano la mammografia nell'esame di un seno in cui ancora prevale la parte ghiandolare.
Esiste inoltre la risonanza magnetica mammaria, come dicevo prima; essa condivide con l'ecografia il vantaggio dell'assenza di radiazioni, ma, viceversa, richiede, in genere, l'utilizzo di un mezzo di contrasto, peraltro con bassissimi rischi. La risonanza magnetica è in ogni caso l'esame con maggiore sensibilità e specificità; se effettuato correttamente rappresenta quindi l'esame migliore per la diagnosi del tumore al seno, tuttavia, naturalmente, non è possibile proporlo come esame di screening per le problematiche legate al mezzo di contrasto, ma soprattutto per gli elevatissimi costi di ciascun esame di risonanza magnetica, in particolare a causa delle apparecchiature utilizzate e della lunghezza dell'esame.

Ci sono tuttavia alcuni casi in cui è particolarmente indicata la risonanza magnetica (per esempio nelle donne che presentano un rischio molto elevato di tumore al seno, per familiarità o altre cause); essa potrebbe trovare indicazione anche in molte donne portatrici di protesi al seno, per motivi di tipo medico o per motivi, come sempre più spesso accade, di tipo estetico.
In questo tipo di donne (un numero enormemente crescente) in realtà la mammografia si può effettuare correttamente, con alcune accortezze di tipo tecnico, per esempio aumentando il numero di proiezioni (e quindi la dose) per sopperire alla radio-opacità della protesi, che potrebbe in taluni casi occultare la presenza di lesioni in determinate sedi della mammella; altra accortezza è quella di limitare la compressione, anche per non rischiare uno schiacciamento della protesi, ma anche questo accorgimento a sua volta può produrre artefatti nell'immagine e in ogni caso un aumento della dose radiante. Per questo è bene che la donna portatrice di protesi avverta il personale tecnico prima di eseguire l'esame e si rivolga a centri dove il personale è competente e abituato ad eseguire la mammografia su donne con protesi, cosa che non accade ovunque.
Tuttavia, solo la risonanza magnetica attualmente consente di superare completamente i limiti tecnici della mammografia nelle donne portatrici di protesi, permettendo di studiare anche le lesioni potenzialmente presenti nelle adiacenze della protesi o che potrebbero essere nascoste da questa. Inoltre, la risonanza magnetica offre l'ulteriore vantaggio di poter studiare, anche senza mezzo di contrasto, l'eventuale presenza di lesioni o rotture della protesi stessa (con una sensibilità superiore al 75% nell'individuare rotture protesiche).
Come dicevo, quindi, il numero crescente di donne portatrici di protesi al seno renderà questa metodica sempre più diffusa e utilizzata anche a fini di diagnosi precoce, almeno fino a quando non saranno realmente validate altre metodiche diagnostiche di accesso più semplice ed economico, a parità di vantaggi.

Tuttavia non vi fidate troppo di quello che leggete su internet - neppure qui! - e verificate con lo specialista di fiducia l'iter più adatto da eseguire per fare la vostra, personale, corretta prevenzione per il tumore al seno; tenendo conto che il fattore prevenzione, in questo caso, è veramente decisivo per elevare al massimo le possibilità di successo di una eventuale terapia.






lunedì 10 febbraio 2014

L'abbigliamento del paziente. Devo fare una radiografia, cosa mi metto?

Ha destato un certo scalpore nei giorni scorsi un annuncio, comparso in un ambulatorio ginecologico pugliese, in cui si esortava le pazienti a presentarsi alla visita indossando gonna e autoreggenti. L'annuncio ha suscitato, da un lato, la pruderie maschile, quel genere di morbosità un po' (assurdamente) invidiosa nei confronti del ginecologo che esercita un mestiere che si fantastica più intimo che clinico; dall'altro, lamentele altrettanto superficiali da parte di donne irritate non dal consiglio - ritenuto giusto - ma dall'averlo esposto in maniera pubblica e troppo imperativa.

Dunque mi veniva in mente che anche i pazienti che devono sottoporsi (ovviamente parliamo di esami su prenotazione, non di urgenze) a esami radiologici potrebbero beneficiare di alcuni consigli sull'abbigliamento da indossare per rendere più agevole l'esame; senza tuttavia che questi suggerimenti siano considerati imposizioni o intromissioni in una sfera personale come quella della scelta del vestiario.

Come regola generale, bisognerebbe comprendere questo: la cosa più opportuna, quando si tratta di utilizzare delle radiazioni, sarebbe eliminare qualunque possibile fonte di artefatti per ottenere una immagine diagnostica ottimale. L'abbigliamento, e qualunque altro oggetto "estraneo" rispetto al corpo del paziente, frapposto fra il punto di emissione dei fotoni x e il punto in cui questi vengono captati per formare l'immagine, può costituire una importante fonte di artefatti, ovvero di errori; si tratta di errori che possono condizionare la valutazione dell'immagine da parte del radiologo, rendendo l'immagine inutilizzabile, costringendo il tecnico a ripetere l'esame (con aumento di dose per il paziente) oppure, peggio ancora, portando a errori diagnostici, con tutte le conseguenze del caso. Dunque la cosa migliore, in generale, sarebbe, ed è, spogliare il paziente completamente, almeno nelle parti del corpo da esaminare.
Possibili fonti di artefatto si celano dappertutto: una volta, mentre facevo pratica in densitometria, fui rimproverato dal tecnico che mi supervisionava perchè non mi accorsi della presenza di un fiorellino metallico sugli slip di una paziente, che poteva influire pesantemente sul risultato dell'esame. Avrei dovuto essere più attento, controllare e in quel caso far togliere tutti gli abiti nella parte in esame.
Per quale motivo questo spesso non viene fatto?
I motivi sono principalmente due: il pudore del paziente - e il timore del tecnico radiologo di mettere a disagio il paziente; e questioni di velocità, di tempi, perchè, soprattutto pazienti anziani o poco collaboranti, possono aver bisogno di un tempo considerevole per spogliarsi e rivestirsi.
Per questo si giunge a soluzioni di compromesso, sulle quali un po' si basano anche questi consigli.

Le cose cambiano molto, in realtà, a seconda della metodica diagnostica e del segmento corporeo da esaminare.
Il caso estremo, e più particolare, è quello della risonanza magnetica: in risonanza magnetica è prescritta, in generale, praticamente la nudità assoluta, essendo permesso unicamente l'uso di un camice monouso (fornito in loco) e degli slip (purchè non contenenti parti metalliche). Il paziente, per ragioni di sicurezza, viene fatto completamente spogliare PRIMA di accedere alla sala del magnete, e devono essere eliminati anche monili, orologi, piercing, qualunque oggetto che possa essere in qualunque misura attratto dal campo magnetico comportando quindi rischi per l'incolumità fisica del paziente (ricordando che il campo magnetico è SEMPRE attivo).

All'estremo opposto, direi, si situano gli esami di medicina nucleare; in questo caso, anche a causa della bassa risoluzione spaziale che si può ottenere in questi esami, in particolare nel caso delle scintigrafie, i problemi relativi a piccolissimi oggetti metallici possono essere trascurati, e quindi non è necessario controllare minuziosamente l'abbigliamento del paziente o farlo spogliare più di tanto. Senza dubbio si fanno eliminare sempre - se presenti nell'area da esaminare - cinture, chiavi e portamonete presenti nelle tasche, e altri oggetti metallici ingombranti; un particolare a cui fare molta attenzione sono i fazzolettini.
Una particolarità infatti della medicina nucleare è questa: è il paziente stesso a ricevere un farmaco radioattivo, prima dell'inizio dell'esame; egli diventa così la sorgente stessa delle radiazioni che saranno utilizzate per formare l'immagine diagnostica. Il farmaco viene tuttavia rilasciato anche per le fisiologiche vie di escrezione; ad esempio con lacrime, muco o sudore, che, trasferiti su un fazzolettino tenuto nella tasca dal paziente, possono produrre significativi artefatti durante l'esame. Dunque buttate i fazzolettini prima di stendervi sotto la gammacamera (e fate attenzione quando il tecnico vi manderà, probabilmente, a svuotare la vescica prima di iniziare l'esame...anche la pipì è radioattiva, in quel caso, perciò un po' di accortezza in più sarà necessaria).

Nel mezzo ci sono le altre tipologie di esame.
Dicevamo della densitometria: essa, generalmente, si effettua su soggetti di sesso femminile, e le parti da esaminare sono relative alla zona lombare e pelvica, quindi, come dicevamo prima, sarà necessario, in sostanza, invitare la paziente a scoprire la zona interessata rimanendo esclusivamente con gli slip (sarà sufficiente abbassare gonna o pantaloni a metà coscia e sollevare parzialmente la maglia fino all'altezza del diaframma). Non indossate slip contenenti parti metalliche, però :-)

Per la mammografia, altro esame specificamente destinato alle donne, è importante sottolineare che si tratta di un esame caratterizzato da elevatissima risoluzione spaziale; per questo, oltre naturalmente a denudare completamente la parte in esame, si consiglia alle pazienti di non utilizzare alcun tipo di crema, profumo o lozione nelle aree da esaminare (fra cui rientra anche il cavo ascellare), perchè potrebbero essere esse stesse fonte di minimi artefatti, capaci di condizionare la valutazione dell'esame. Per velocizzare l'esame, si consiglia di non indossare abiti interi, altrimenti per liberare la parte superiore del corpo sarà necessario spogliarsi completamente.

Per quanto riguarda la TC, le esigenze variano in base alla parte del corpo da esaminare. Qualunque abbigliamento, in TC, può provocare artefatti importanti, e anche minime parti metalliche, un piccolo bottone o una monetina rimasta in una tasca, possono costringere alla ripetizione dell'esame. Per questo la parte interessata va in ogni caso liberata da indumenti. Ovviamente è presente in genere uno spogliatoio e il paziente ha il tempo per prepararsi anche perchè, spesso, è necessario l'utilizzo del mezzo di contrasto e quindi una ulteriore fase di preparazione, svolta dall'infermiere, in cui viene predisposto l'accesso venoso ( in questo senso si consiglia l'uso di indumenti che facilitino l'accesso alle braccia da parte dell'infermiere).
Dunque per la TC il consiglio, in generale, è più che altro quello di indossare abiti comodi da togliere e da indossare nuovamente: se non altro per eliminare una ulteriore fonte di stress in una situazione che è spesso già ansiogena e stressante per altri motivi, soprattutto per i pazienti in condizioni fisiche peggiori o più anziani.

Veniamo infine agli esami radiologici tradizionali, cominciando dal più comune: la classica radiografia del torace, esame fin troppo facilmente prescritto anche per la sua bassissima dose di radiazioni.
Ogni tanto si legge su internet qualche domanda del genere, soprattutto proveniente da (presunte) ragazze giovani colte da improvvisi attacchi di pudicizia: per fare la radiografia bisogna spogliarsi?
Ero anche io piuttosto in difficoltà, le prime volte in cui mi trovavo a dover chiedere a delle pazienti, in particolare giovani, di spogliarsi per una radiografia del torace; d'altra parte, professionalmente la cosa più opportuna da fare, come detto, sarebbe far denudare completamente la zona in esame.
In genere si opta per un compromesso, tuttavia, per rispettare il pudore della paziente; il consiglio quindi è di indossare una maglietta bianca semplicissima, senza componenti metalliche, pajette o scritte (anche le scritte potrebbero contenere inchiostri o elementi capaci di generare artefatti!) sotto gli abiti. Il reggiseno (e catenine, ciondoli etc.) andrà inevitabilmente tolto, ma quasi sicuramente il tecnico concederà alla paziente di tenere la maglietta durante l'esecuzione dell'esame.
Negli esami che riguardano il rachide vertebrale, l'addome o la zona del bacino, è inevitabile richiedere al paziente anche di liberare la parte inferiore del tronco dagli abiti; in questo caso quindi è consigliabile di indossare abiti che siano comodi da abbassare o togliere, a seconda dei casi, e in questo caso è probabile che anche l'eventuale maglietta bianca possa essere fatta sollevare o togliere del tutto, per permettere al paziente di valutare, ad es., il perfetto allineamento della colonna e la corretta collimazione del fascio. Se non è strettamente indispensabile, è meglio evitare di indossare fasce o altri indumenti contenitivi, che sarà necessario togliere durante l'esecuzione dell'esame perchè, ovviamente, contenenti gancetti metallici, zip o altre possibili fonti di artefatti.
Ci sono poi gli esami degli arti inferiori. Per un esame delle anche o del femore, è necessario spogliare la parte in esame, e poichè sono necessarie proiezioni differenti, è preferibile eliminare qualunque indumento che ostacoli il movimento dell'arto (dunque togliere i pantaloni e non semplicemente abbassarli); per quanto riguarda il ginocchio, invece, se il paziente indossa indumenti molto comodi (per le donne, la gonna) è possibile eseguire l'esame semplicemente sollevando l'indumento oltre il limite dell'articolazione, senza la necessità di far spogliare il paziente.
Non mi soffermerò sull'esame della caviglia e del piede....se non per ricordare che anche il tecnico è un essere umano dotato di olfatto, dunque vi ricordate tutti di indossare biancheria e calze pulite, vero? Se possibile...

Insomma: alla fine la regola generale dovrebbe essere, a beneficio di tutti, indossare abiti comodi, semplici da togliere e rimettere. Sembra una banalità, eppure per molti motivi questo non accade....ho visto pazienti rischiare di farsi male da soli, per l'ansia di togliersi in fretta tutto o di indossare velocemente un inopportuno numero di abiti. Soprattutto, bisognerebbe ricordarsi, come anche nel caso del ginecologo di cui sopra, che il tecnico radiologo è interessato non a come apparite, ma a come siete fatti dentro. Quando un tecnico radiologo inizia a guardarvi - mentre entrate nella sala diagnostica - sta già pensando a come posizionarvi, a come far risaltare al meglio...non il vostro aspetto esteriore, ma l'organo o il segmento corporeo da esaminare. Per questo, anche la richiesta di spogliarsi, entro i limiti suddetti (e posta con il necessario tatto), è dettata esclusivamente da ragioni professionali - ed è a tutto beneficio del paziente stesso, in quanto consente di ridurre al minimo il rischio di ripetizione dell'esame o di errore.

Piuttosto, quando vi sarete spogliati nel modo richiesto dal tecnico, è diritto del paziente esigere - se la metodica di esame ne consente l'uso - gli opportuni dispositivi di radioprotezione da indossare per proteggere le zone più radiosensibili del corpo....



venerdì 7 febbraio 2014

Il tariffario che c'è ma non si vede.

Oggi ho scoperto 3 cose.
La prima è che è ormai considerato normale, in Italia, il fatto che in un concorso pubblico, i candidati di quella determinata zona siano preferiti a quelli del restante territorio nazionale, indipendentemente dal merito e a prescindere dalla legalità.
La seconda, è che esistono persone disposte a pagare migliaia di euro per contratti di lavoro falsi, da utilizzare esclusivamente come titoli per aumentare il punteggio nei concorsi.
La terza, è che in realtà esiste una specie di tariffario ufficiale per la nostra professione, redatto nel 2005 ma mai approvato dal Ministero e per questo mai entrato in vigore. La cosa "divertente" di questo tariffario, è che la tariffa oraria MINIMA di un TSRM è fissata in 42 euro lordi orari.
In genere, i colleghi che lavorano a tariffa oraria (come liberi professionisti) ormai sono costretti ad accettare una paga minore della metà di quella, e spesso anche di soli 10 euro lordi orari.

Così, piccoli spunti per farsi una idea. E' veramente un problema rimanere onesti in una situazione così.

venerdì 31 gennaio 2014

Il rapporto col paziente pediatrico: collaborazione o immobilizzazione?

Oggi non ho moltissima voglia di scrivere, ma anche questo è un tema su cui mi interessa, anche come padre oltre che come tecnico radiologo, fare degli approfondimenti, in futuro.

La collaborazione (se possibile) e in ogni caso la corretta immobilizzazione di un paziente pediatrico è infatti il presupposto assolutamente fondamentale per eseguire al meglio l'esame diagnostico e (cosa essenziale in questo tipo di pazienti) ridurre al minimo la dose di radiazioni impiegata.

A seconda dell'età del paziente e del tipo di metodica e di esame che dovremo effettuare, saranno necessari comportamenti e/ ausilii differenti. Ci sono esami che durano pochi attimi, come le tradizionali radiografie; altri esami, come ad esempio le risonanze magnetiche o le scintigrafie, possono richiedere invece tempi lunghissimi, nel caso delle scintigrafie perfino ore. E purtroppo, essendo richiesto l'utilizzo di radiazioni, non è possibile, almeno da parte del personale (tecnico, infermiere o medico che sia), restare accanto al paziente durante l'esame o addirittura adoperarsi per tenerlo fermo.

Questo articolo in inglese fornisce 6 utili indicazioni, di cui mi limito a tradurre la prima e l'ultima, mentre le altre riguardano l'utilizzo di ausilii (a volte degni dei tempi dell'Inquisizione) purtroppo non sempre disponibili, o di strumenti di contenzione di volta in volta inventati e adattati grazie alla "fantasia" del tecnico di turno.

  1. Placare le bestie feroci (e i genitori): essenziale è la relazione di comunicazione e di fiducia che si instaura, sin dal primo momento, col bambino e con i genitori. E' quindi necessario procedere con calma e dialogare in maniera empatica, cercando di ottenere, se possibile, la cooperazione del piccolo paziente anzichè passare subito alla fase dell'immobilizzazione.
  2. Il genitore in trappola: laddove la cooperazione del piccolo paziente sia impossibile, o per ragioni legate alla patologia, oppure per l'età molto ridotta o, infine, per uno stato di agitazione, di ansia o di paura non contenibile, e non sia possibile nemmeno adottare dispositivi di contenzione sufficienti, idonei a limitare i movimenti in modo non traumatico, si deve ricorrere all'aiuto e alla presenza del genitore, il quale dovrà in prima persona trattenere il bambino durante lo svolgimento dell'esame. Naturalmente in questo caso il genitore dovrà indossare i dispositivi di radioprotezione più idonei, e riceverà una certa quota di radiazioni di cui quindi bisogna tener conto (ad esempio, bisognerà preferire il papà alla mamma, laddove non sia possibile escludere con certezza una eventuale condizione di gravidanza di quest'ultima). 
La cosa più bella, tuttavia, sarebbe poter avere ovunque strutture radiologiche in qualche modo a misura di bambino, per agevolare il piccolo paziente nel rapporto con una situazione che è di per sè traumatica, come quella di un contesto diagnostico e terapeutico.....
Un esempio è quest'apparecchio inaugurato pochissimi anni fa nell'Irccs Stella Maris a Pisa . Una risonanza magnetica Zero Tesla, ovvero fittizia, che ha l'unica funzione di facilitare la cooperazione dei piccoli pazienti trasformando il rapporto con questo strumento, che incute timore anche a molti pazienti adulti, in un momento di interazione e di gioco. 



mercoledì 29 gennaio 2014

Dormire insieme significa anche scambiarsi radiazioni, ma non tutte le radiazioni vengono per nuocere.

Il titolo di questo blog, "La radiazione che fa bene", allude a un discorso che ci è stato più volte ripetuto, durante il corso di studi; ovvero al fatto che, pur essendo necessario sicuramente maneggiare con cautela e prudenza le radiazioni utilizzate in diagnostica, e in particolare ridurre al minimo la dose di radiazioni che il paziente finisce per assorbire, bisogna pur sempre tener presente che le radiazioni utilizzate in maniera appropriata in radiologia fanno bene, ovvero sono necessarie per studiare delle patologie e quindi offrire al paziente la possibilità di una terapia.

Esistono tre approcci, sostanzialmente, alla tematica del rischio legato alle radiazioni utilizzate negli esami diagnostici:

  1. L'approccio paranoico: alimentato dal passaparola, dal "sentito dire", dalla scarsa conoscenza scientifica e da informazioni scorrette a volte, purtroppo, anche fornite da operatori del settore, è l'approccio di chi non riesce a distinguere fra l'uso corretto e quello scorretto delle radiazioni, non è in grado di effettuare calcoli probabilistici sul rischio statistico associato alle dosi effettivamente erogate negli esami diagnostici, e quindi finisce per considerare anche esami a bassissima dose, come una radiografia del torace o una panoramica dei denti come pericolosissime esposizioni in grado di elevare esponenzialmente il rischio di incorrere in un tumore. 
  2. L'approccio superficiale: purtroppo, è un approccio molto diffuso negli operatori del settore, tant'è che molti medici, com'è noto, continuano a prescrivere esami radiologici inappropriati, esponendo a rischi eccessivi la popolazione senza tener conto fino in fondo della problematica dei tumori radioindotti, in particolare dovuti all'uso della TC (il rischio di sviluppare un tumore radio-indotto dovuto alla TC va, all'incirca da 1 su 300 a 1 su 10.000 esami effettuati, a seconda del tipo di distretto indagato e quindi, in sostanza, della dose assorbita dal paziente). Anche molti tecnici di radiologia sono poco consapevoli o disattenti, rispetto a questa problematica; negli ultimi anni tuttavia il lavoro, in particolare, dei tecnici di radiologia si sta concentrando specificamente anche sulla riduzione della dose e sull'ottimizzazione di tutti i protocolli, nonchè sullo sviluppare un rapporto di corretta informazione col paziente che viene sottoposto a esami radiologici.
  3. L'approccio informato: è in breve l'approccio di chi considera il rischio associato alle radiazioni, confrontandolo con il rischio associato ad altri comportamenti umani, e raffrontandolo in relazione ai benefici che l'utilizzo di quella specifica dose di radiazioni può apportare, in relazione al quesito diagnostico e alla patologia di cui il paziente soffre o potrebbe soffrire. La giustificazione di un esame diagnostico - che naturalmente è compito del medico radiologo in ultima analisi valutare, ma sulla quale è bene sia informato correttamente anche il paziente - deriva dal conseguimento di un beneficio individuale e collettivo, mediante l'uso di quelle radiazioni, superiore rispetto al danno causato dalle stesse (considerando come danno anche quello statistico, potenziale). 
Tornerò più volte in questo blog su questa tematica della radioprotezione e della valutazione del rischio, deterministico e stocastico (cioè probabilistico) associato alle radiazioni.
Non si può prescindere, volendo comprendere i rischi associati alle radiazioni, da un punto basilare: ovvero, tutti noi viviamo continuamente immersi nelle radiazioni. Si definisce radiazione naturale di fondo una certa quantità di radiazioni ionizzanti presenti ovunque sulla terra, per diverse cause ambientali, alle quali tutti noi siamo continuamente esposti sin dalla nascita, e che di per sè supera notevolmente l'esposizione a molti, soprattutto fra i più routinari, esami radiologici. Banalmente, le fonti di queste radiazioni sono: i raggi cosmici, il radon e altri elementi presenti nella crosta terrestre (e anche nei materiali utilizzati per gli edifici, talora), le radiazioni presenti nell'atmosfera a causa di esperimenti o incidenti atomici, e altre fonti di minore rilevanza. Il totale raggiunge circa i 2.4 milliSievert per anno, ma in alcune zone della terra può quasi raddoppiare. 

Ci sono tuttavia tantissime piccole fonti "naturali" di ulteriori radiazioni, come ad es. mangiare una banana o viaggiare in aereo o passare una settimana bianca in un luogo di montagna, che la maggior parte delle persone ignora, mentre in alcuni casi questi comportamenti normalissimi possono contribuire alla "quota" di radiazioni assorbite da una singola persona in maniera quasi paragonabile a piccoli esami radiologici. 
Perfino dormire vicino a una persona può comportare una dose aggiuntiva, per quanto irrilevante, di radiazioni! In un certo senso si potrebbe dire che è meglio che ne valga la pena....

Una pratica tabella, che traggo dal sito della Radiologia di Cremona , per quanto in inglese, può soddisfare molte curiosità in tema di radiazioni "naturali" e "artificiali", se non altro per facilitare una immediata comparazione anche visiva fra le dosi utilizzate in alcuni esami radiologici e quelle dovute a comportamenti e situazioni che fanno parte della vita normale. 


E buoni fotoni a tutti :-)